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B-KAOS. Perché il lato B è sempre il migliore...

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 17 giu 2021
  • Tempo di lettura: 5 min


La vita segreta dell’underground potrebbe essere un eterno B-side, il lato B delle musicassette, dei vinili – alcova per collezionisti accaniti di piccole perle, perdute nella distrazione clamorosa dei passaggi radiofonici, delle classifiche; di rarità, difetti, scherzi, stranezze deformanti, che ricostruiscono l’immagine vera di quell’artigianato emozionale in grado di scalfire, e unire, per sempre, gli uomini all’apparenza più diversi. E forse con B-KAOS, progetto ambizioso quanto curioso e irregolare, Luca Spisani (ormai lo sapete, meraviglioso frontman dei Johnny Freak), ha voluto istituire, finalmente, la figura magica, ancestrale, del pescatore di perle, di artisti-ostriche, che tra le mura del suo Kaos Studio Recording (Monticelli, FR) fanno materia infrangibile i frutti di un dono, creduto per tutti, ma che resta, resterà, per poche vite ancora capaci di starsene in silenzio.


Disponibile dallo scorso 4 maggio su tutti gli stores digitali, B-KAOS è una compilation preziosa e fragile, dettaglio anatomico che pulsa d’amore morte dolore ignoti, o quasi; undici tasselli del complesso panorama artistico laziale – rupestri e contemporanei, intercronici e fuori dal tempo – tutti, nessuno escluso, segnici e significanti di un passaggio attraverso soluzioni formali, sonore, stilistiche mature, consapevoli, limate all’infaticabile – come infaticabile è la cura tecnica dell’intero track-flow (flusso della tracklist, N.d.A.).

L’opener è affidata agli LTF, con la foscoliana “La notte si prende cura di tutto” – «Forse perché della fatal quiete / tu sei l’immago a me sì cara vieni, / o sera! […] / sempre scendi invocata, e le secrete / vie del mio cor soavemente tieni» – sembra di ascoltare in filigrana: la batteria di Luca Zamberti è un cuore che ronza, morbidamente jazz e popolare, amorosamente fusa alla chitarra di Emanuele Forcina (raffinatissimo l’inserto di Davide Ausoni), e il timbro abbandonato, sognante, di Paolo Pasciuto è panacea delicata e profonda, un’intima invocazione-connessione allo spirito superiore, sensuale, dell’oscurità. Segue “Mezze bugie”, un picco di dolore acutissimo, abilmente nascosto, incastonato nelle piaghe di una ballad acustica e minimale, che reca forse lo spettro del Rino Gaetano più amaro: la voce di Mario Baris è sfatta, come i fiori lasciati a seccare tra le pagine dei libri, quello che resta ai margini della fine; è una goccia lineare e martellante, scava, taglia all’osso – violenta e lascia indifesi. Perduti. Ricordo di aver visto per caso, in una sera d’estate, la tua tasca bucata, e seminavi per sbaglio le tue voglie nel vento: una scena che dagli occhi non andrà più via. “Solo immaginare”, dei Virgo-centrico, allucinato progetto di Luca Grossi, è il tentativo furioso, estenuante, di una definizione ‘scientifica’ dell’immaginazione – impossibile – che deve dunque lasciarsi fluire, libera, affinché sia veramente tale, scardinando, oltrepassando il brusío del mondo: la folle batteria di Jacopo Coretti, l’erotismo primordiale di Juri Caldaroni al basso, inseguono, tramano, chitarra e voce spastiche di Grossi – lotta titanica che risucchia e annichilisce, lucida schizofrenia, com’è poi il desiderio di evasione. “Sconfinato”, l’inedito dei Johnny Freak – ormai prossimi ad un terzo lavoro in studio – conferma la potenza giunonica, inespugnabile, di questi cinque colossi del rock italiano: ferocia languida e suadente, eterea, di un raggio che trafigge, e redime, dove non c’è più speranza (prenditi una stella dalle punte buone, rubale la luce, splendi per me). Un trip/loop psichedelico, epicureo, si innesca con “Un celeste complice” – «vano è il timore degli dèi; è priva di senso la paura della morte, che è nulla per noi; tutti possono perseguire il bene; il dolore è di facile sopportazione», recita di tetrafàrmaco: la vocalità magnetica di Pasciuto (qui solista) sembra che lo incarni, in un lento vortice di un’azzurrità cangiante, naufrago, lotofago – che bacia synth, controcanti (incisive le presenze di Grossi e Spisani) e chitarra acustica, che punge dell’acre malinconia delle clessidre, quando scorrono inesorabili. Dimenticare, in comunione con lo spazio, è l’unica soluzione possibile. Estratto da Sun-Set, piccolo originalissimo oracolo dei Kurenai, autoprodotto nel 2015, “Zefiro” è un sapiente melting pot, parabola ascensionale di rap, funk-wave, post-rock e simbolismo che traduce il divenire cosmico: il lirismo ipnotico e sovversivo di Tommaso Rosato, intriso di livore mistico-profano, è perfettamente plasmabile entro i fumosi arrangiamenti elettroacustici di Emanuele Filosa; a serrare le fila il tocco schumanniano di Spisani al pianoforte, in un solo aereo e vibrante di padronanza pura, assorto nell’atmosfera di un notturno postmoderno [cfr. nota 1]. Caratteristica di Grossi solista è l’essenzialità scarna, rabbrividente, come la sensazione primaria del marmo; qualcosa che ricorda il timore delle chiese, le voci fuori campo degli incubi, dei sogni premonitori, o dell’istante che precede la morte: poetica straordinaria, la sua “Amigdala”, in qualche tratto quasi ‘battiatesca’, che lo consacra aedo, sguardo sporcato dal cielo, a scovare la radice sacra dell’umano, a costruire il proprio sé bambino (esplicito il richiamo alla cover della compilation, di cui è ideatore), a forgiarlo, affinché nulla faccia più male. “Sei solo musica”, già singolo nel 2019, segna l’ascesa di Vi Skin (Sofia Pelle): nitore e freschezza, un ottimo flow hip hop che respira accanto all’easy listening, mai scontato – un gioiello grezzo, un talismano che protegge, e avvicina, alle fragilità dell’altro [cfr. nota 2]. Chiudono gli ELP – embrionale progetto di Mario Baris, sciolto in corso di registrazione – con la cruda e spigolosa “Gli sfiorati”, al limite del loop elettronico, e Armando Spisani, con “Marì la notte”, chitarra e organetto venati di inquietudine a narrare l’assenza, il tormento amoroso – un canto pacato al ritorno dai campi, frammento di memoria e identità – ideale matrice storica dove ogni percorso musicale trae origine, e si conclude.


N.B. C’è un tassello mancante. Il mio contributo, la mia “Sonnet”. Quando ho conosciuto Luca (Spisani), una sera di novembre del 2017, despota buono dietro un bancone di manopoline proibite – così mi apparivano le cose, al tempo – ho pensato immediatamente che avesse tutto, tutto il necessario e ciò che cercavo: i capelli bellissimi del rock ‘n roll, e la luce. Il primo maggio del 2019 c’era un sole infernale. Preparavo l’esame di Storia della musica – tapparelle abbassate sulla lamiera grecata, gli incastri delle voci ne La Traviata, la potenza drammatica del teatro cantato nella testa. Poi non ricordo, devo aver scritto «a man is dying while the Queen / passes along with Her parade», sopra una chitarra nera per il blues: avevo sentito mia nonna raccontare di un uomo, che morì mentre sotto la sua finestra passava la Vergine Addolorata, il Venerdì Santo, e lo avevo annotato. Alla prima sessione di Sonnet in studio – proposi a Luca l’arrangiamento e alcune parti vocali – ero regredita a una bambina di cinque anni nel cuore colorato di Mirabilandia, con il solo inconveniente dell’ansia, dell’inesperienza e conseguente scarsa autostima. Ma tutto era epico. Tutto magistrale. Osservare un professionista all’opera ti cambia la vita. Di fronte alle sue mani ti senti un Dio inutile. Ma comunque un Dio [cfr. nota 3].


Così, gli LTF, l’hanno recensita:

Premi stop. Aspetta. Fai un respiro. Guarda fuori e aspetta che cominci a scendere la sera. Adesso premi play, è il momento giusto. Piano e voce, non serve altro, per raccontare ciò che è ma sta per andar via. Sia essa luce o disperazione o guerra. Malinconicamente, tutto scivola via in rivoli di pioggia, ogni goccia a racchiudere una sfumatura, ogni goccia a prosciugare una speranza. Unitamente all’interpretazione del cantato, tutto diventa deserto. Anche l’amore.




Note:



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