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Rinegoziare lo sguardo. Perché il ritorno dei Johnny Freak è irrinunciabile.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 17 mar
  • Tempo di lettura: 4 min


Mi ritrovo in questo spazio dopo una manciata infinita di mesi. Tanto infinita quanto breve – l’ho percepita appena, se non fosse che la mia vita abbia preso direzioni imprevedibili e senza pronostico. O forse, soltanto in apparenza. Gli ultimi appunti sono fermi a mezzo inverno, tre anni fa, prima di un viaggio a Firenze. Proprio quando la decisione definitiva era dover restare o meno nel Basso Lazio. Nell’underground, appunto. La cifra stilistica di queste pagine. Ma ecco, in una manciata infinita di mesi, a Firenze, ho sposato un musicista e quella terra piccola, leggendaria l’ho lasciata senza sforzo. Quasi una decisione maturata da tempo. Senza smembrare, apparentemente, niente. Nulla. Senza smarginare. Per circa tre stagioni (o dodici, comunque le si voglia contare) ho vagato dentro la città santa e brutale. Ascetica e divoratrice onnivora, inzeppata di turisti addormentati da un filtro, un siero invisibile di bellezza. Soprattutto di notte, quando si anima di una dimensione fatta di scorci, libri esposti in strada, voci immaginarie. Ho cercato di scrivere, di scriverne con audacia, ma con audacia ho puntualmente riposto l’intento, laddove le parole erano ridondanti, o scarne. Laddove tutto, ogni cosa, qui, diventava troppo. Oltre. Fuori misura. E non avevo più tempo per la musica. Era un mestiere, ormai, da vivere freneticamente dall’interno. Una febbre senza sfogo.


Finché a mezzo inverno, alla fermata del T2, il curioso meccanismo delle mie storie è ripartito. I Johnny Freak firmano con La Foresta Urbana, etichetta di Pietro Foresti, già produttore di caratura internazionale, e Luca Urbani, storico membro dei Soerba. Ma la pagina è apparsa decentrata e sghemba. Come tradurre un’attesa decennale; le ho rilette, una a una linea per linea le mie storie, e nessuna è riuscita a esserci, veramente, fin dentro quel momento di grandezza. A quel pensiero. Quel tarlo di esistere nel mondo cieco. Nonostante il silenzio intorno. Potremmo esserci anche se mancherà lo sguardo degli altri, questo sembrano dire i Johnny Freak ora. Quando il tempo si apre, quando tradisce il suo segreto – che è più umano di ciò che si pensa, più superfluo e superficiale – non rimane che essere miracolosamente sé stessi.


Quella che è stata e continua a essere la loro parabola è un fenomeno che trascende l’abusata resilienza. Spisani ha una e una sola necessità, possiede e padroneggia l’urgenza della raccontazione e del proprio cardine emotivo, la memoria e il ritorno. Non si arriva alla musica se non per la ripetizione del gesto – nell’eco e nella risonanza. Nel riverbero. E tale urgenza ha trame mutevoli, a tratti insondabili – da Almeno a Storia di un sogno, da Streghe a Regina a I fiori maledetti – la trasmissione profonda è quell’angine de poitrine che può ucciderti, da subire senza possibilità di appello. Trame complesse, epidermiche che si scagliano a costruire il titanismo, la mitologia quotidiana del poetico, del lirismo intrinseco alla crisi più dirimente.


Suona, primo estratto da In Vita, l’album in release il 26 marzo, è l’esito della crisi, la Procne – rondine del mito – che canta tra le pietre di tufo e le polveri sottili (finemente didascalici il videoclip diretto da Bruno D’Amata, tra cartepeste e scheletri ferrosi del carnevale pontecorvese, la silhouette evanescente, sublimata di Francesca Mariorenzi, resa ineluttabile presago personaggio dylandogiano) anziché scomparire. E nessuna lingua tagliata recide l’eco, la risonanza, la memoria. Luogo dove si danza e ci si perde, escatologico e conclusivo.


Missaggio impeccabile, maturo, duttile e dinamico al contempo, che ingloba senza snaturare gli elementi di un sound moderno a stilemi e narrazioni del repertorio precedente. A spiccare, già nell’intro del brano, l’intuizione dialogica tra riff di chitarra effettata (un delay che è spiazzante richiamo agli U2) e risposta sotterranea del basso in equilibrato contraltare dal respiro squisitamente newyorkese, crepuscolare, pur mantenendo una certa levità red-hottiana. Ma è nel chorus il rapimento autentico: inaspettato – e non soltanto per la performance di Spisani, vocale, coreutica, teatrale, emozionale, così vicina all’Agnelli di Padania – oltremodo per il coraggioso espediente tutto battistiano della spezzatura, l’incisione scriminata del groove, del suo moto sostenuto, attraverso una pausa della batteria che rimarca, subito dopo, uno strumentale dichiaramente verdeniano della chitarra armonizzata all’ottava.

Fine di un germoglio.

Un seme di malinconia che esplode, impazza nella gioia dolorosa della chiarità, nel bianco e nero di un passato più vivo che mai.

Lo schema si ripete, mai identico, arrangiato, godibile, e il dialogo si estende, tra etere e materia, fronte del palco e platea; nel bridge la voce di Spisani in primo piano s’intesse alle armonie vocali sullo sfondo – ideale coronamento del riff, orfano di basso – e i commenti/interventi del coro proseguono le frasi di una canzone che è ormai elegia, ostensione, pannate sulla destra prima sulla sinistra poi, fino all’assolo – gravido elettronico parossistico – call and response con l’intera sezione ritmica, a riprova di un dualismo ossessivo, rigoroso, drammaturgicamente pensato. Ostensione attraversata da uccelli, dall’estate solitaria di un Battiato compiuto, perfetto; imperativo categorico, legge morale dentro e sopra di me (amico mio, suona: zitto, suona!) o preghiera accompagnata dal caos, dal commovente risvolto degli ascoltatori (a ringraziare voi per questa libertà). Più saremo, adesso, più sarà intimità. Qui, non si morirà mai.




Lo scatto in copertina è di Marika Moretti

Consulenza tecnica di Marco Alonzi


Videoclip ufficiale:


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