Il dialogo muto della salvezza. Per una nota di lettura di «Fragile dis-Umanità».
- Alessia Lombardi

- 7 feb 2023
- Tempo di lettura: 3 min

La solitudine è fatta di piccole relazioni. Quasi sempre. È una strana, indecifrabile disumanità che a lampi improvvisi si svela, ci rende coscienti della pace lontana dell’altro – che sporadica ci tocca, ci contamina, ci ferisce, per lasciarci franti. Spezzati.
Il quesito che pone Ester Guglielmino nella struggente prefazione a Fragile dis-Umanità (Placebook Publishing 2022), l'ultima silloge di Alberto Barina, giovane poeta veneto, incarna forse il senso ultimo di un lavoro che sfida l’orientamento dissacrante e dissacrato del genere umano: la guerra che lo legittima, lo esalta, lo impone – oggi, al contempo – ne smargina l’identità, privata dell’innesto del sacro e della creazione, e perciò lo pone nella condizione alienata della vanitas, dell’horror vacui. Dell’Ego. La macchina perfetta e volgare dell’uomo è trincerata nella lotta al genere stesso, al creato, alla superiorità del fato e degli eventi. Alla bellezza.
Nel deflagrare più intimo e scosceso dell’essere, tuttavia, Barina sembra cogliere i segnali – il profilo della grandezza, della divinità, l’occasione dall’alto, il treno, la pietra, l’atto nuziale, la lama impassibile del silenzio. Le corrispondenze – labili e vibranti – di un universo “parlante”, per certi versi montaliano, se non vicino alle “cose vive” di Ponge: la tensione che alimenta, e folgora, in epifanie la solitudine intrinseca dell’uomo è quella del dialogo muto “inter-creatura”. Anche quando è rinnegato. Proprio perché naturale, contiguo ed essenziale allo stesso rinnegare e smarrirsi. Ciò che caratterizza l’impronta testuale bariniana è la fluidità ragionata, la limpidezza sempre arcana della voce, della chiamata. Anche nello strale, nell’attacco. Dove il disastro si distorce – è vitale, necessario sembrare più socialmente utili e belli – dice Barina: non viene di ritorno nemmeno l’ombra, la parola è fessura / che scava assente. Eppure, la dolce mela acerba / inconciliabile di Magritte scopre, incontrovertibile, il suo rovescio: ogni cosa possiede un destino aperto, “possibile”; e la stessa disumanità fragile non rappresenta mai un punto di arrivo catastrofico, irreversibile, bensì tappa – attraverso il transito calmo, latente, della salvezza.
Testi scelti:
Voix
(A Franco Battiato)
Voce
come radice
che attraversa
e amichevolmente scaccia
gli inferi del cuore.
Foglie e petali
hanno messo
fisiognomiche
irraggiungibili sfumature.
Tiepida primavera autunnale.
Ascolto il suono
la suggestione
di un pomeriggio
che non teme il farsi sera.
La tua voce
è valigia per il viaggio
contro ogni notte
ogni oscurità
ogni misera esistenza
che la natura umana
infallibilmente attira.
Indifendibile
Non rimane
che la luna stasera
quella bella, cara ai poeti
e agli avventori di suono.
Affacciato
a questo labbro di cielo
l’indifendibile solitudine
di un’ombra
mi dichiara una guerra
chiama con altri nomi
le cose.
Abbiamo carità di stelle
e non so
come si scriva d’amore
benché il mondo
appaia
per un momento
teso all’ascolto.
Maledetta bellezza
che dilata il tempo
dimmi se sono giustizia
od errore
o è solo il mio semplice passo
che rinuncia a ogni possibile soglia.
Piccola luce protesa,
che condanni l’anima
qui ci vuole il sogno
per fare mattino
per sorprendere me stesso
dietro questo caro, vivido dolore
e al mio cammino esule.
Finestre d’estate
Le finestre d’estate
rubano segreti
alle propaggini del vento
che alfabetizza le foglie
alle cicale
l’ossessione del grano.
Un pianto
risale le vene
entra inatteso
nitido, quasi ancestrale
scivola di pietra lunare.
C’è come un uomo
sembra,
che siede
dove il cielo
impaglia la notte.
L’ospite d’acqua
Sai
ho ridipinto i muri
per me che a malapena
so sbucciare un’arancia
senza procurami le ferite del mondo.
Lassù mi senti?
Entri nel lago dei miei giorni.
Ieri, la tua foto
me l’ha chiesta, all’orecchio,
in prestito
il vento,
solo per poco,
un rituale
e l’ha fatta cadere.
Quaggiù
la primavera è solita
disarma i vetri
il giorno si apre a corolla
sulle medesime farse
che vuole il quotidiano
a memoria, le conosci, tutte.
E lassù?
in che modo ti arrivano le mie mani
e le mie lettere
la mia fame nuda che trema
e si arrende
alla ricerca di un verso
tutto il bianco e il nero dei secoli
che devo sempre farmi perdonare.
Ospite d’acqua
sei il bicchiere che quando scrivo
mi sta accanto
pieno.
Gesù
Gesù
è il solo che non ha avuto i giocattoli
e ancora teme l’idiozia degli angeli.
Ha vissuto trentatré anni
più IVA.
Esattore dei poeti
arpa magica.
La minestra che ci manda
ogni giorno si raffredda.
È tempo di rinnovare il cucchiaio dell’anima
e il suo piatto.
Liberamente ispirata dagli aforismi di Alda Merini
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