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Mostri Sacri.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 3 ago 2019
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 11 ago 2019



Non è indispensabile chiamarsi Nick Cave, o avere un posto a cinque punte nella Walk of Fame, per essere dei mostri sacri. Perlomeno, nella mia accezione del termine.

Ci sono uomini che agiscono nell'ombra, su palchi piccolissimi o pedane improvvisate per strada; addestrati alla vocazione, senza necessità di dimostrare.

Riflettendo sul concetto di mostro sacro, sopravviene di considerare il proprio ambito d'azione/espressione – reso tangibile dal supporto fisico del disco, realizzato nel contesto della performance dal vivo – e la dualità intrinseca ma contrapposta delle sue declinazioni. Il disco, di per sé, è un oggetto pornografico, di fronte al quale si è passivi voyeurs – o meglio, auditeurs: l'impronta carezzevole di un pianoforte, il vibrato di una voce, sono sproni alle più ardite fantasie erotiche; sai tutto a memoria, e provi a carare gli effetti. Ma non esiste certezza. Direbbe Paul McCartney, il sesso viene dopo: quando quel pianoforte, quella voce, sono lì per te – ad un passo dal tuo orecchio, sotto il tuo sguardo, a portata della tua bocca – e avviene che le gambe tremano; guadagnato è l'apogeo del non ritorno fino ad allora pregustato appena.


Chi vi scrive argomenta con cognizione di causa; anzi, con percezione ormai lucidissima della dimensione più intima della musica; del peso immenso di chi crea, compone, o semplicemente esegue, scosso da passione violenta e incolmabile.

Ero giunta ad un punto – nel percorso in studio intrapreso per il mio album – in cui non sapevo esattamente come procedere. La frenesía di terminare i lavori, l'ossessione di ripulire, ritoccare, di eliminare ogni minima forma di errore, cozzava impetuosamente contro l'urgenza di un tassello mancante, cui nulla pareva sopperire.

Nulla tranne Sonnet. La scrissi nelle prime ore di un accecante pomeriggio di maggio. Una domenica infernale. E la immaginai, senza troppi indugi, eternamente scolpita dal tocco pianistico di Luca, leader storico dei Johnny Freak [per gli avventori: https://alessialombardi996.wixsite.com/website/blog/guida-all-ascolto-dei-johnny-freak]. Nelle mie disparate incursioni nel panorama ciociaro underground, un contributo di Luca Spisani è un marchio di garanzia. È l'acme. Quella cosa, dentro un qualsiasi brano, che arriva mordace – una freccia del parto – e sorge spontaneo, dallo stupito ascoltatore, il canonico, straordinario perlamadonna (niente moralismi, per favore; provare per credere). Qualcosa che sorride all'essenza stessa dell'essere umano – siderale come la materia oscura – a risarcire con limpidezza l'orgoglio del sentore, del presagio.

Alla prima sessione di Sonnet ero regredita ad una bambina di cinque anni nel cuore colorato di Mirabilandia, con il solo inconveniente dell'ansia, dell'inesperienza e conseguente scarsa autostima. Ma tutto era epico. Tutto magistrale.

Osservare un professionista all'opera ti cambia la vita.

Di fronte alle sue mani ti senti un Dio inutile. Ma comunque un Dio.


Una sensazione analoga potrebbe sfiorarvi durante un live dei Black Dogs. Magari in un angolo borghigiano di Arce, poco prima delle ventitré, in un'acidula serata di inizio agosto. Ora, i Black Dogs sono una cover-band; ma la voce di Fabio Reali, assieme al pianoforte di Spisani, rientra fra i pochi capisaldi del nostro Universo. Roba che ti riduce ai minimi termini. Ho conosciuto questo frontman dall'aura interessante nel corso di una Jam Session che vedeva tra i protagonisti anche i Johnny Freak [qui la recensione dell'evento: https://alessialombardi996.wixsite.com/website/blog/sulla-dignit%C3%A0-della-musica-e-sui-johnny-freak]. In formazione con i Jeco Pride, camicia a quadri indosso, devastò il palcoscenico con una vocalità graffiata e potentissima.

Inutile dire che andai in visibilio. Letteralmente.

Coverizzare è un'arte. Se davvero ne sei capace, puoi raggiungere il cuore del mondo.


Mentre si solleva improvviso un àlito di vento ristoratore, mi prendo in pieno petto While my guitar gently weeps; poco più tardi, avanza sulla ribalta di sampietrini un giovanotto (per dire, era almeno sulla sessantina): imbraccia la chitarra.

Englishman. Non so altro di lui. Nessun bisbiglio lo accompagna.

Ma parte Hey Joe – botta e risposta con i cani neri – ed è subito il cinquantennale di Woodstock in carne e sangue tra noi spettatori, con un Jimi Hendrix non più capellone che víola il suo strumento come sgualdrina in un bordello. Quasi non schianta a terra.

L'apoteosi.


I mostri sacri fanno questo. Miracoli che sanno ancora di bellezza.

E alla fine li ritrovi a sorseggiare una birra – ai bordi tranquilli della festa in paese.

Oppure ti offrono un passaggio in macchina. Basta saperli riconoscere.

Sono in mezzo a noi, ma non sono come noi: hanno estetiche profonde, comportamenti abissali, aspirazioni palpabili; al mattino vanno al lavoro, come tutti i comuni mortali, ma una parte di loro resta avvinta – con l'ardore mistico di chi ama e crede – a quello per cui la natura li ha chiamati, un giorno. Allora ecco, se ne incontrate uno, di questi mostri sacri, cortesemente, ringraziatelo. Se questo pianeta tenue ha ancora qualcosa da svelarci è anche e soprattutto merito suo.



Per aggiornamenti relativi ai Black Dogs e ai Johnny Freak si rimanda alle seguenti pagine Facebook: https://www.facebook.com/The-BLACK-DOGS-1115984365154472/ e https://www.facebook.com/johnnyfreakofficial/.

 
 
 

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