Perché il rock non morirà mai.
- Alessia Lombardi

- 3 apr 2022
- Tempo di lettura: 3 min

Una questione fondamentale, per il rock, è la sua strana immortalità; una longevità fragile e poliedrica che di tanto in tanto sembra emergere anche nel dibattito mainstream.
Ci riflettevo in macchina, un paio di giorni fa.
Per fortuna o purtroppo, la strada mi concilia certi pensieri.
Perché, a ben vedere, ci si pone di fronte uno schema, una categoria che non è di per sé un genere, nel puro senso letterale: è assai più vicino all’attitudine, all’essere personale e vissuto di chi lo accoglie – una forza, una potenza innata e rutilante che non potrebbe finire, per com’è, inosservata. Che non tace mai. Che grida, e cerca sempre altra espressione.
Salivo ad Arce, il primo aprile, per un concerto cancellato e rinviato da mesi: quello dei Black Dogs (N.d.A: https://alessialombardi996.wixsite.com/website/post/mostri-sacri), in acustico, all’Officina Consiglio. Inutile dire che la mia aspettativa volava alto, o meglio, era già altrove: Fabio Reali – uno dei superstiti, uno degli ultimi mostri sacri di una generazione rimasta per tanti versi intaminata – non è direttamente proporzionale all’acustico. E così i suoi cani neri. Ero pronta a restare piacevolmente eviscerata da un ibrido elettrificato, che procede per scossoni di coscienza, di carnalità improvvisa, per folgorazioni che mutano, in maniera definitiva, il corso delle cose.
Arrivo con mezz’ora di anticipo, ma è tutto voluto: il soundcheck, lo spazio-tempo condiviso nell’intimità di birra e sigarette, è il segreto, la nudità, a volte pudicissima, che ricerco – forse quasi con egoistica prepotenza. Che voglio ottenere. E se vi state chiedendo che tipo di voluttà, di perversione non trattabile, o ritrattabile sia, posso assicurarvi che non lo so: ma un cantante, un musicista ancora intatto, non ancora arso, dal sudore e dalla luce riflessa negli occhi, in limine al rapimento, all’estasi – incontrarlo, così semplicemente terreno – è impagabile.
Sono da poco passate le 19:00, e il locale si popola: seduto accanto a me ritrovo Paolo Pasciuto, tra i cantautori più raffinati del circuito Spisani. Il mio nome di critico mi precede, ma ero per lui, fino a quel momento, una figura nebulosa, evanescente. E un po’ mi fa strano, vedermi un passo indietro alle mie stesse parole. Apre The House of the Rising Sun, classicone crudissimo, che neppure l’acustico riesce a smorzare; due o tre pezzi più tardi la mia previsione si avvera: i cani neri sono un unico corpo erotico, fagocitano l’attenzione di chi li osserva per elevarla, alimentarsene con ferocia e gratitudine: la ritmica di Stefano Coccoli (alla batteria) e Niko D’Ammassa (al basso) è serrata, attenta, affascinante; la chitarra di Donato Marcoccio è dominio istrionico e orgiastico, che Fabio scalfisce, squarcia, domina a sua volta, con voce e fisicità primordiali.
Aspetto – c’è sempre un brano in scaletta, non è mai lo stesso, che sarà la mia petit mort; in questo caso, ma probabilmente in ogni caso, il senso, la motivazione al mio scavare. Dentro gli altri e dentro di me, a costo di far male. Sta per sciogliersi nel riverbero l’intro di Dazed and Confused.
In quell’istante, appena necessario a prendere fiato, Fabio mi dà la risposta: been dazed and confused for so long, it’s not true è un colpo di frusta ruvido e tenace, da padrone a schiavo, e non puoi che obbedire: «ancora», pensi, vorresti dire, «fallo ancora, di nuovo, perché ho bisogno di sentirmi vivo. Così profondamente.»; si ripercuote lungo la spina dorsale, intera, si espande e illumina lo sguardo, come l’Eureka, come la verità. Taglia, arriva, quella sua vocalità selvatica, selvaggia, e non puoi impedirglielo, troverà il modo, sempre, di ferirti e rigenerarti, di annegarti nel vuoto senza difese e innalzarti invincibile, immortale. E quando scatta l’interplay con la chitarra la trasformazione è completa: nessuno potrebbe dirsi lì, veramente – dietro le vetrate di un piccolo bistrot sulla via principale, di fronte l’insegna luminosa del Conad, dietro sedie e tavoli – anche se ognuno prosegue ignaro a bere, a mangiare, a tenere il ritmo distrattamente; e quei quattro musicisti a cui cerco di scattare una foto, non sono gli stessi delle pause, del soundcheck di un’ora prima. Non siamo più alla pari. Devo fermarmi, riconoscere di aver capito: cos’è, il rock; quello che i Black Dogs ripetono sul palco ogni volta, o quello che sono, ogni volta. Come ogni volta vibrano, e comunicano la fame, la ritualità della vita – amore e sessualità, sacro e profano di qualcosa che sfugge, continuamente, che continuiamo a non cogliere appieno; che si svela, però, si offre, si spoglia, quando qualcuno – magari inconsciamente – sa addomesticarla: senza la musica, sarebbe tutto un errore. E finché ci saranno Fabio, Donato, Niko, Stefano – e con loro qualcun altro – il rock non morirà mai. Non può morire, è in loro, con loro, dopo di loro. E io avrò ancora qualcosa da raccontare.
Per aggiornamenti relativi ai Black Dogs si rimanda alla pagina Facebook: https://www.facebook.com/The-BLACK-DOGS-1115984365154472/.
Foto di copertina: Roberto Bove.




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