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La sacra radice: Memorie biografiche di Luca Grossi.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 11 lug 2021
  • Tempo di lettura: 5 min


Dal lato opposto del tavolo, bicchiere d’acqua ancora in mano, il mio interlocutore si lascia osservare timidamente, con la timida disinvoltura di chi si offre intero, senza crepa: di fronte a me è seduto Luca Grossi, che da decenni, ripete spesso, si “arrangia la felicità” con il linguaggio muto, e eterno, di un segno quasi rupestre, primordiale – calcografie, bozzetti, stampe a secco, assemblaggi materici – situando, mimetizzando il mistero dell’essere al mondo in una linea di continuità infrangibile tra passato, presente e futuro.


Scrivevo in precedenza che «caratteristica di Grossi è l’essenzialità scarna – apparente meravigliosa “grossolanità”, a mezzo tra omen nomen – rabbrividente, come la sensazione primaria del marmo; qualcosa che ricorda il timore delle chiese, le voci fuori campo degli incubi, dei sogni premonitori, o dell’istante che precede la morte» (cfr. https://alessialombardi996.wixsite.com/website/post/b-kaos-perch%C3%A9-il-lato-b-%C3%A8-sempre-il-migliore): e le sue Memorie biografiche, ultima serie di installazioni, compendiano queste epifanie inquiete nel dogma ossessionante della memoria, del ricordo, della radice.

È importante, restare legati alla propria radice; altrimenti si rischia di essere soltanto foglia, destinata a disperdersi. La radice ci permette di farci guardare per quello che siamo davvero. Grossi mi accoglie così nel suo studio – alcova archivio rifugio, non è ben chiaro; ma certo è che inghiotte, nel suo caos discreto di opere in fieri, foto di famiglia impilate che per un attimo associo a 20.000 days on earth, di Nick Cave; e poi legno, paglia, alveari – un alveare in una testa; e dentro le minuscole celle altrettanto minuscoli volti di cari scomparsi: è la vita brulicante e operosa, che lentamente, al ritmo della natura si svuota, resta effige, reliquia, tomba.

Credo che in ogni percorso artistico ci sia qualcosa da oltrepassare, superare. Spesso passo mesi, a volte anni, nel dipingere lo stesso concetto o soggetto, quelli che hanno lasciato segni indelebili. In qualche modo, ripeterli in svariati modi e maniere, materializzarli, renderli visibili, esternarli continuamente crea in me un senso abitudinale di convivenza, intorpidisce le membra, quieta l’inconscio. Ogni cosa, di quelle mura, si lega con un filo rosso – è erotismo illimitato: rievoca, ricostruisce con dovizia la dimensione dell’infanzia, i suoi terrori, il suo fascino spensierato per le ombre, attraverso una connessione così intima da percepirne la finitezza, la precarietà, la sua onnipresenza, in noi. Sia pure diacronicamente estinta.


La prima composizione della serie biografica, infatti, è per Grossi la “Tomba dell’infanzia”: un sottile ramo orizzontale, alla sinistra della parete bianca, sorregge l’equilibrio fragile e leggerissimo di alcuni balocchi – un pupazzo, un aquilone, un aeroplano, un cavallo – che il Grossi adulto disegna su ritagli di carta con un tratto che regredisce al bambino-costruttore; gli stessi balocchi, sulla destra, diventano fantasmatiche stampe a secco alla sommità di rami raccolti in un piccolo fascio (chiaro il rinvio al mazzo di fiori). Ma il fulcro di questa strana calibratissima trinità è la teca – stanza e finestra, duplice vista/visione che collima l’emisfero del dentro e del fuori – in alto, che lascia intravedere una mano minuta, scheletrica. Un interruttore può illuminarla – così come si accende il ricordo, il trauma: è proprio nelle mani che Grossi concentra la propria operazione di scavo, impietoso, nell’iconografia sacra dei crocifissi – quelle piccole mani inchiodate, una costante – che da bambino lo angosciava.

Immaginavo tante cose nel vederle: immaginavo le mie su quei legni, la fine dei miei giochi, della mia creatività; come un coniglio braccato cercavo rifugi inesistenti, niente riusciva a nascondermi da quella paura. Mi racconta; e il mio sguardo subito corre alle ombre cinesi de Le mani e il coniglio, uno splendido olio su tavola telata appena accanto. Opere tanto piene di pudore quanto della sua dimenticanza, scriverebbe Biagio Cacciola: niente e tutto turba, di quell’incomprensibile semplicità tragica – lo senti, che è universale, ti riguarda, ti inquisisce, come i primi segni di una pazzia. Ma pazzia, angoscia che sfuma, che sublima, nel gesto felice e ancora puro del creare, creare con poco; realizzare per tasselli, minutamente pazientemente, l’innocenza di un macrocosmo ancora lontano, e lontano per sempre, dalla voracità, dall’implacata possibilità di sostituire, perché c’è vuoto, dall’usa e getta – fucina di pezzi unici, di e per un’infanzia unica e singolare, ma senza troppa pena.


È il secondo lavoro ad inscenare la sacra spoliazione delle memorie – paglia, grafite su carta, ma soprattutto legno, materia prima dell’infanzia-costruttrice, costellano un’altra trinità: un grezzo bastone, estremità inferiore diramata, tagliuzzata a ricreare l’illusione di una radice, trafigge contro il muro il bozzetto di un volto, a sinistra; sulla destra, rami e paglia realizzano un cranio, e di nuovo un volto, stavolta appena distinguibile, appare all’interno. In alto, ancora, la teca/finestra – precisa Grossi, un cartoccio commemorativo: strati di carta trasparente che avvolgono, fissano come reliquiario, una sindone mistico-profana, alcuni ramoscelli; una cornice di legno espone il cartoccio all’occhio cauto dell’osservatore – impone rispetto, la devozione dovuta all’Io nudo. Qui Grossi è radice nuda, radice nutrita nell’abisso, che può essere guardata, adesso, per ciò che è: verità e salvezza.


Ho trovato interessante e poetico descrivere i ricordi d’infanzia attraverso ombre e frammenti. I miei ricordi sempre si manifestano come se stessi di fronte ad un grande muro cercando di capire di cosa si tratta. Mi distanzio, separo, elaboro, poi ricompongo o distruggo. E ricomincio.

La luce si attenua, e quel mucchietto di frasche carta strappata cornicette sul piedistallo dell’ultima installazione è forse l’immagine più sincera, la sintesi più vicina al miracolo umano delle affezioni: figure di passaggio nel bianco, l’ombra senza la quale non siamo corpo, non esistiamo – senza la memoria, si muore.




Appendice fotografica

































































Memorie biografiche. Tre composizioni per piccolo cuore di frasche.

Assemblaggio di elementi naturali, piombo e inchiostro su carta, stampa a secco, elementi luminosi, 2021.







































Serie delle memorie. Il complesso e l'individuo.

Scultura di paglia e cenere, installazione fotografica in favo naturale, 2018.






















Serie delle memorie. Le mani e il coniglio.

Olio tu tavola telata, 2020.




Nota biografica


Luca Grossi nasce a Ceprano (FR) il 18 maggio 1980. Sin da piccolo coltiva una forte passione per il disegno, che presto accosterà alla pittura e alle sue prime forme sperimentali. Nel 2005 si iscrive e frequenta l’Accademia di Belle Arti di Frosinone, dove ha modo di esplorare e praticare tecniche artistiche eterogenee che lo condurranno a nuove forme di ricerca. Con i suoi elaborati, spesso seriali, evoca memorie famigliari, paesaggi, ricordi d’infanzia, legati alla morte e alla dimenticanza nel tempo. Attraverso l’utilizzo di molteplici linguaggi artistici cerca di interagire con la ricostruzione dei ricordi comunicando, a sé e allo spettatore, ciò che il tempo può restituire al presente per tramite di segni e concetti inconsci – o i ricordi stessi, dettati da ritrovamenti di valenza affettiva (fotografie di famiglia, oggetti comuni) in grado di riattivare remoti stati emozionali. Espone in diverse città d’Italia ed estere; attualmente vive e lavora ad Arce.




Per ulteriori informazioni sull'opera di Grossi si rimanda alla pagina Facebook https://www.facebook.com/Grossi-853945611367263

 
 
 

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