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«TERÉ». L’amore impari.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 3 nov 2022
  • Tempo di lettura: 2 min


A-mors. Dal latino, senza morte.

Amare, è un atto di sopravvivenza. Una proiezione del nostro ego. E se la parola “amore”, nel suo etimo così semplice, e nudo, è forse tra le più inflazionate e ridondanti, nel vissuto quotidiano quasi si pronuncia sottovoce, con ritrosia o vergogna – non sappiamo dirlo. In questo tempo che sfiora il distopico – ma probabilmente in ogni tempo – si è inconsciamente sovrapposta la visione “utilitaristica” alla traduzione effettiva di questo temine – l’eternità. Ciò che è senza morte è eterno.

Inconsciamente, o per nostra stessa natura: l’uomo non è fatto per l’eternità. La desidera, egoisticamente, ma non può raggiungerla; è un animale sociale così com’è una creatura fugace, e sola: e il presupposto dell’eternità è l’altro. La sua cura. La sua devozione.


Teré, l’ultimo lavoro di Sally Cangiano, pubblicato lo scorso primo novembre, si impone in questa direzione come un autentico, rivoluzionario atto di coraggio, che scardina in maniera definitiva la stereotipia del canzoniere d’amore italiano – ancor più quello della tradizione napoletana, ancorato fin dall’Epoca d’Oro al topos sentimentale puro, nobile, se non a tratti eroico: quella di Cangiano è la de-costruzione di un amore – per citare un iconico Fossati – il racconto, la confessione intima di un uomo che ha amato per sola sopravvivenza; è lo squarcio nel velo di Maya che rivela una condizione comune – più comune di quanto si immagini – nella sua rutilante, concreta spietatezza.

Il brano, vincitore del Premio della Critica nella settima edizione del Festival di Napoli New Generation, segna il punto di non ritorno all’interno della produzione cantautorale di Cangiano, l’espressione più alta di una maturità lirica, stilistica, tecnico-esecutiva, e riconferma la sensibilità figurativa di Giuseppe Iadonisi, regista (insieme a Walter Mattei) e autore del videoclip – un suggestivo incastro sonoro-narratologico di flashback, che ripercorrono a ritroso la vicenda d’amore impari di Teresa (interpretata da Mirella Mazzarelli), impreziosito dalla collaborazione del noto attore Gianni Parisi e del campione matesino Jahyn Vittorio Parrinello: un flusso duttile di sonorità jazz, di saudade epidermica, modulato in un duplice interplay – la batteria di Marco Barbato, le percussioni di Pasquale Riccio, in dialogo sottile e sotterraneo; il basso carnoso di Michele Visconte, il pianoforte e i synth di Vincenzo Cerrone, impalpabili e brillanti, ricostruiscono un sentimento inesprimibile, l’ammissione di un non-amore, che la chitarra di Cangiano imprime – dalla toccante incursione iniziale, forza motrice del ricordo, all’invocazione dolorosa del solo – unitamente alla voce – feroce nel suo dettato semplice; un dialetto universale, per questo atipico, di cui non sfugge, non si confonde nessun passaggio; una verità limpida che irrompe, sradica le fondamenta di quella costruzione – l’amore – e grida, forte, che non è mai esistita. Che è ‘na cosa sbagliata. Soltanto ‘na vita ‘e rinunce. Ma resta emblematico lo sguardo tra Cangiano e Parisi, appena prima l’epilogo del videoclip: anche non amare è umano. Straziante, ma umano. Ammetterlo – sia pure troppo tardi – ci rende più consapevoli del nostro essere fragili e imperfetti, sempre in fuga dagli altri, sempre in cerca degli altri, ma senza conoscerne mai – veramente – il peso specifico.



Collegamenti utili


Videoclip ufficiale: https://youtu.be/DHLmbQx2Tr0



 
 
 

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