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Sulla dignità della musica (e sui Johnny Freak).

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 29 apr 2019
  • Tempo di lettura: 2 min


Sulla dignità della musica potrebbe stendersi una monografia, una di quelle che spaziano da Platone a Nietzsche senza mai annoiare. Ma qui non si tratta di un discorso accademico: mi accingo a scrivere – o meglio, a digitare (ancora tra le coperte) una recensione che sognavo da tempo; e, davvero, non mi riesce in alcun modo d'incominciare. Ecco, voi cosa intendete per dignità della musica? Riflettete con calma, la risposta non è facile. Personalmente, attribuisco a tale astrazione due variabili di base, ad incrocio perfetto: qualità ed intento; estranee, pressoché in toto, al macrocosmo "inglobatore" dell'odierna industria musicale. Ebbene, in una domenica d'aprile come tante, dopo almeno un decennio di infaticabili osservazioni sul campo, son giunta ad affermare di aver individuato, oramai con assoluta certezza, quell'aureo intersecarsi di elementi che fanno della musica un'esperienza totalizzante; viscerale a tal punto da domandarsi se realmente sia possibile sopravvivere senza. Mi è stato sufficiente varcare le soglie del Satyricon, un Cavern ciociaro dall'anima alternative/grunge, attendere la mezzanotte ed ascoltare i Johnny Freak in concerto.


Il delirio.


Il silenzio ruvido, ronzante, posato dalla Jam Session avvenuta poco prima, si lacera sotto la potenza eterea, mistica, di questi cinque animali da palcoscenico; belve, intente a nutrirsi degli occhi languidi e dello spirito di chi li osserva ad ogni passo che si muove sulla pedana. C'è il cosmo là sopra, in forma elettrica, torrenziale – redenzione e flagello; livore, affetto, crudeltà, poesia – ora in piedi, ora in ginocchio, ora di spalle. Ci sono anch'io, là sopra: tra vent'anni, vorrei essere soltanto così. La scaletta è brevissima – appena sei pezzi – tra i quali spiccano un'intensissima Streghe, splendidamente in bilico tra estasi e dannazione, e una versione furente, detonante, voluttuosa, dell'ipnotica Fiore Bianco: Quintessenza dionisiaca dell'Arte, dinanzi alla quale non posso che ammutolire, scuotere il capo, provare a parlare e ammutolire di nuovo.


La dignità non ha feedback, mi direte. Parla ai sordi, si mostra ai ciechi...

Eppure, credetemi, l'ho vissuto sulla carne; come quando fai l'amore in estate e l'odore pazzo del tuo compagno non va via: il suo brillío naturale resta vivo, sempre, nel fascino oscuro che si contorce, nel carisma sensuale che infiamma, pullula indomito, sotto i lunghi capelli del Rock.



N.B.

Accanto ai Johnny Freak, il Satyricon ha ospitato numerosi musicisti della scena underground ciociara: fra tutti, i FAUNALIA e i PENTOTHAL, dal sound vivido, ammiccante e tellurico. Per maggiori informazioni sulle band, si rimanda alle seguenti pagine Facebook: https://www.facebook.com/faunaliaband/, https://www.facebook.com/PENTOTHAL-152277809248/.

Menzione d'onore per i JECO PRIDE e le loro cover a dir poco mirabolanti.





Foto di apertura: Davide Torti

Foto di chiusura: Marianna Di Costanzo

 
 
 

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