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STONEWOOD. Tra potenza e sensualità.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 5 mar 2019
  • Tempo di lettura: 2 min


Dalle oscure radici sabbathiane all'epopea californiana dei Kyuss e degli Sleep nei primi anni Novanta, lo stoner-rock (o semplicemente stoner) costituisce uno dei sottogeneri più trasversali del moderno underground musicale; una viscerale commistione di elementi e sonorità heavy/doom metal, acid/psychedelic rock e blues-rock, una vitalità ritmica pulsante, concupiscente e tellurica, che attraversa indenne la nicchia artistica di quest'ultimo, poliedrico ventennio.


Sul fronte italiano, sempre più incline a tale genere ibrido, gli Stonewood incarnano perfettamente uno straordinario, inconfutabile astro nascente. La band romana, sulla scena da quasi un lustro, è reduce dall'omonimo esordio full-lenght (autoprodotto), pubblicato appena lo scorso novembre (che fa seguito, tuttavia, ad un EP datato 2014): un album compatto – come l'essenza atavica della roccia; sensuale al contempo – come il profumo naturale del legno. La tracklist, rapida e intensa (otto brani, per un minutaggio complessivo di poco superiore alla mezz'ora), si snoda in un sound corposo e personalissimo – una freschezza tagliente, piacevolmente contaminata dalla tradizionale scuola di Seattle; ancora, il missaggio attento e professionale di Luca Spisani, già frontman carismatico dei Johnny Freak (se non ne avete mai sentito parlare, è giunto il momento di dare un'occhiata a questa guida targata LO ZIBALDONE: https://alessialombardi996.wixsite.com/website/blog/guida-all-ascolto-dei-johnny-freak), contribuisce in maniera preziosa al mood squisitamente stoner del disco: un'atmosfera nostalgicamente ovatta permea il vibrante fluire delle tracce, epurando le graffianti incisioni dal vivo in una riuscitissima chiave granitica.


Da Down from the Stars – contraddistinta da un riff d'apertura di travolgente carnalità – a Legs, che ammicca senza remore alle soluzioni stilistico-formali dei Queens of the Stone Age; passando per Out of Sight – opaco atomo di stoner allo stato puro, Bluestone – rabbiosa miscellanea di blues e stoner, intrisa di ipnotica psichedelia e China White – coraggioso, orgiastico tripudio di influssi musicali che sfociano in echi reconditi dello stile obliquo dei Tool; culminando nella saldissima Space Goat, perla di indiscussa identità, e nelle febbrili, velatamente caotiche battute finali di Party Crasher e Ask the Dust.

La voce di Vito Vetrano giunge affilata e potente, sorretta dall'ombrosa violenza delle chitarre di Fabio Mingrone e Carlo Turchetti; la scia erotica del basso, a tratti distorto, di Francesco Papadia, si mesce con la nitida batteria di Augusto Antinori, realizzando una coltre sonora lineare, pur particolarmente efficace: il tutto amalgamato in una dinamica alternanza di cambi, pause ed accelerazioni, che mostrano in filigrana le esplosive potenzialità del quintetto nelle molteplici declinazioni del Live.


Una speciale menzione spetta, infine, all'artwork gatefold di Fabio Meschini, una cover cangiante, superba e decisamente originale, che ritrae (in riferimento al brano Space Goat) una capra alla conquista dello spazio.



A questo link è possibile ascoltare il full-lenght:


Per maggiori informazioni, si rimanda alla pagina Facebook ufficiale degli Stonewood:

 
 
 

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