Some are born sad (and go young).
- Alessia Lombardi

- 7 dic 2018
- Tempo di lettura: 1 min

Alcuni nascono tristi. Io, sono nata triste.
Ricordo che da bambina diventavo malinconica, quando mio padre suonava Chopin.
Seduto al piano, con i jeans chiari e la maglietta nera. Tutto rigorosamente a memoria.
Quella musica era così struggente, dolorosa; e dispiegava nel mio piccolo cervello infaticabile, ossessionato dal niente, un futuro incerto, poetico. Pieno di contraddizioni.
Allora non capivo niente. O forse avevo già capito tutto.
Sono nata triste e sono diventata giovane, studiando Leopardi e ascoltando Chopin.
Sempre di notte. Con la paura di morire troppo presto, e non vedermi nel mondo come nei miei desideri; di non leggere, di non ascoltare abbastanza – di quella che gli altri chiamano vita; ma soprattutto di non scriverne a sufficienza, da potermi dileguare in una traccia – degna, in ogni caso, di restare impressa, indelebile sul solco della terra.
La febbre della scrittura mi colpì, in un giorno, in un anno imprecisato della mia fanciullezza. E ne restai ammalata. Per sempre.
Mentre cammino, quando respiro, nell'istante in cui concepisco il pensiero, la mia mano si muove, frenetica, delirante: sopra i tasti astratti di un cellulare o avvinghiata, come nel sesso, ad una penna nera – come la mia anima.
E scrivo anche stasera; attraversando nel buio la mia città infame: che non mi capisce; che non so, in fondo, se ancora mi vuole.
Respiro i fumi
del cielo e della terra –
caligine della luna
lungo tutto l'orizzonte.
Scrutami, città infame!
[fobica pozza consacrata
al veleno – muta, distopica,
passabile discordia.]
Sono lupo, stanotte.
Tra la bianca greggia.
Nei covili appestati
della tua unica strada.
[CITTÀ INFAME]




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