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Legittimare gli amanti. Una lettura di «Dimane»

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 10 feb 2022
  • Tempo di lettura: 3 min


Le canzoni sono come figli.

Nascono – come cosa viva – quando arriva il momento giusto.

E come i figli sono un atto di coraggio. Di responsabilità. Verso chi riceve, ascolta; e con quella canzone cambia – il suo modo di sentire, di essere, di stare al mondo – in maniera definitiva. Irreversibile.

Ci vuole coraggio, oggi – in un’epoca ai ferri corti, che sta perdendo man mano il senso della leggerezza, e della profondità, per parlare d’amore. D’amore senza cliché. Legittimare lo stato di amante: non individuo escluso, segreto; ma soggetto che ama (amante, appunto) senza riserve. Al di là del genere, degli orientamenti. Che ama di più, forse. Perché conosce, sperimenta i meccanismi dell’abbandono, della solitudine.

Di difesa di ciò che è fragile, dentro di sé.


Scrivevo già come il canzoniere di Cangiano tocchi perlopiù frammenti di un discorso amoroso: indubbiamente peculiare, di concettualità atipica; perché distante da ogni forma di biografismo, iper-interpretabile, interrelato alla naturalità del fatto, della vicenda umana, delle cose. Dimane, uscita lo scorso 7 febbraio in collaborazione con Giuseppe Iadonisi, musicista e cantautore gioiese (al quale è affidata anche la produzione del videoclip, nda), riassume, in sostanza, tutti questi motivi. Motivi che si collocano – e incarnano – una dimensione temporale, «domani», iterata, ma solo relativamente tautologica. A delinearla è una realtà, un’identità duplice, interiore ed esteriore – come il tempo bergsoniano. Domani è il giorno dopo (tema che ricorre, nel corpus di Cangiano, a partire da questo straordinario strumentale: https://www.youtube.com/watch?v=UyMMf3oQCPc), il giorno dopo l’amore, che si consuma; nuovo, ennesimo punto di partenza di un desiderio, di un’attesa infinita. È il futuro – incerto o inesistente – da cui sfuggire, dal quale proteggersi dentro l’oscurità delle stanze. Entrambi, un tempio di delicatezza dove camminare in punta di piedi[1].


Cangiano riprende qui la scia dell’estemporaneità, del brano (apparentemente) autonomo (Adda passà la inaugura, nel 2020: https://www.youtube.com/watch?v=FJyCEUryfZU), attraverso le matrici della power ballad ad impianto soul, in sei ottavi, in cui smussare, diluire gli influssi “autoctoni” del jazz in direzione velatamente pop.

Il risultato è una costruzione perfetta, un’architettura ad incastro che procede, per quattro minuti e mezzo, in un crescendo calibrato che è fremito, intimità, commozione; uno spazio a sé stante – un incontro, aspettato per mesi, che ancora prima del congedo, mentre ancora lo si vive, magari nel suo istante più pieno, è già amarezza, è già passato.

È anamnesi – tanto lucida spietata asfittica, quanto discreta, immensamente leggera – di quel sentire ignoto.

Il flow, la narrazione principale è consegnata dalle chitarre: Cangiano dosa sonorità e soluzioni armoniche con precisione millimetrica, mai accademica; il parametro emozionale domina l’esecuzione, in ogni tratto – scava, come flusso sotterraneo; le incursioni ritmiche si avvicendano – percussioni (S. Cangiano) prima, la batteria (G. Iadonisi) poi, morbidamente sincopata – a definire i margini, i confini di «juorn’ ě culure» e «notte ě pensiere». A separarli un solo struggente, sul modello umbratile, “decadente” del rock classico e propaggini – dai Pink Floyd, da Clapton, ai Muse – ma evocativamente lineare: nella sua tempra, nella sua introspezione vigorosa, sensuale, si svela la limpidezza scabrosa di un sentimento che, in potenza, potrebbe risplendere, arrivare lontano, ma che sceglie – per destino o abitudine – di restare in ombra, sempre un passo indietro; ma non per questo meno eterno. Un sentimento senza pretese, senza conoscenza a priori – in continua sospensione, quotidiana – che normalmente logora, disunisce; ma al tempo stesso sa rendere abili a quanto di più perduto esista: la pazienza e la verità. In fondo, «è meglie accussì, senza suffrì»; in fondo, scriveva la Dickinson, se mi lasci libera, mi hai già insegnato come restare.




Per ulteriori informazioni relative a Sally Cangiano si rimanda alla pagina Facebook https://www.facebook.com/SallyCangianoPage/.



Note: [1] Henry James, Fiducia, 1990.

 
 
 

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