La voce della terra. Il Matese di Sally Cangiano.
- Alessia Lombardi

- 6 set 2020
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 7 set 2020

Il vento. Il suo fremito umbratile, eterno.
E lo stornello antico degli uccelli, l’eco lievissimo di un campanile.
Si apre così Terra 'e viento (rimando sottile al Pino Daniele di Terra mia), suggestivo omaggio di Sally Cangiano alle proprie origini matesine – ennesimo tassello di una produzione verace, feconda; satura di luce matura.
Il Matese di Cangiano è mistero semplice – chiaroscuro in limine, tra le ciglia setose degli alberi e il respiro del Miletto, dell’Appennino sannita; infanzia primordiale di un Sud babelico, meraviglioso – cornice di un sound finemente mescidato, aperto come il cielo e profondo, come i vasi della linfa: l’impronta degli arrangiamenti è ricca ma delicata – sinuose le incursioni jazzistiche alla Metheny, mai pedisseque; le chitarre (S.C., Francesco Iadonisi) padroneggiano congiunte la materia sonora con precisione millimetrica, eleganza sincera, viscerale leggerezza – segue il tocco morbido, fugace, di Vincenzo Cerrone al pianoforte; preziosi gli inserti di violino (Pierfrancesca Di Giovanni), strategicamente orchestrati nei punti mediani, semivuoti, ad aggettarne la lineare potenza; il sax di Gianni D’Argenzio è indelebile – gemma incastonata tra il principio e la fine, evocativo e fragile, debitore di un certo Senese, a tratti di Arcari; bifocale il profilo del basso (Gigi Fasulo, Lucio Pietrangeli) – sensualità sotterranea, epidermica, faglia rabbrividente; partenopee le percussioni (Pasquale Riccio), bordone itinerante di radici, di atavica, tellurica progenie, di patria vissuta nell’incanto.
Una patria «'ncatastata int'a muntagna», angolo di Campania – «diamante int'a lutamma», «ciore int'o ccemènt»; patria «bbell e scunsulata», come una madre, che vede i propri figli andar via, tagliare il cordone ombelicale dei luoghi, dell’appartenenza. Ma Cangiano è figlio che resta; la saudade del suo Cantico – mite e feroce al contempo – è un’attesa infinita di neve, di silenzio, custodito come pietra d’oro o ametista tra le labbra di gente «tropp 'e core»; converge ai vertici dell’intimo – per cui il Matese è anche il nostro Matese, è ogni suolo natìo; resta imperitura nella memoria, con la sua lingua, che napoletano non è ma lo è pur sempre – quel linguaggio duttile, ibrido, cosmopolita, perfetto per la commedia, la tragedia, per la lirica e la canzone popolare; per la rabbia e le parole d’amore. Un miracolo.
E dare voce alla terra è un atto d’amore.
Il miracolo di un uomo che è musica disciolta nella carne.
Link d’ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=w0z8fB8czhQ
(produzione videoclip a cura di Andrea Caprarelli)
Per ulteriori informazioni relative a Sally Cangiano, si rimanda alla pagina Facebook https://www.facebook.com/SallyCangianoPage/.




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