La parte migliore. Un racconto di SERENA VIVE.
- Alessia Lombardi

- 19 set 2022
- Tempo di lettura: 3 min

Ad un certo punto della vita ti insegnano che non è vero; che soltanto al cinema, il bene, trionfa sul male. Forse, neanche lì.
Che un errore giudiziario, se si verifica, è irreversibile: ché l’ingranaggio è troppo complicato, per noi che le regole erano già bell’e fatte quando siamo nati.
Ad un certo punto della vita ti insegnano una cosa, che detta in napoletano rende così bene da farcene vergognare: «si nu fatto nun te piace / avota ‘a capa ‘a parte e llà»[1].
Ci insegnano a voltarci dall’altra parte. A tacere.
Ed è per questo che la musica, la poesia, ci turbano; eppure, non possiamo farne a meno: è il coraggio che ci manca, l’audacia che vorremmo nella nostra esistenza; perché in fondo lo sappiamo che l’omertà, anche la più banale, innocua, è un peso dannato. È tradire la nostra stessa natura.
Ieri pomeriggio sono tornata ad Arce, dopo appena nove giorni dall’ultimo atto di Percorso verso la Rinascita (https://www.youtube.com/watch?v=f60kbt-rt-IN.d.A) – un progetto che insieme ai Black Dogs e Luca Grossi abbiamo portato avanti dallo scorso 5 agosto – per una performance poetica in memoria di Serena Mollicone – una tragica vicenda di femminicidio terminata dopo ventuno anni con un’assurda assoluzione.
Ho rimaneggiato il testo per giorni, complice la stanchezza dei tre spettacoli del Percorso; e avevo quasi timore di non avere più forza, per stare sul palco – anche perché SERENA VIVE è stato pensato come un evento di caratura nazionale, con esperti forensi e stampa annessa.
Arrivo in piazza Umberto I poco prima delle 14:00. Mi attende una long running di circa dieci ore: 25 band (Pentothal e Deaf Autumn tra gli altri) e decine di interventi – il mio poco dopo le ventitré – si avvicenderanno sul palco a minutaggio serratissimo (9/12 minuti); suoneranno anche i Black Dogs – continuiamo a ritrovarci – e Fabio, tra lo staff, è lì per gestire quella macchina complessa, delicatissima, che da fuori dà appena la vertigine di un concerto. Ma nel backstage – cartellino al collo e strumentazione al braccio – là te ne accorgi, che quello è un piccolo grande Live Aid: tutti, per una causa comune, parlano una lingua trasversale; nessuno di noi ha imparato a voltarsi dall’altra parte, nessuno ha imparato a tacere. Visi che si riconoscono, che si incontrano per la prima volta, che si abbracciano, come in seguito un oblio che pareva eterno: è un pezzo di storia che cambia, un passo silenzioso della giustizia che si muove in centinaia di corpi.
Conto le ore in sigarette; mentre annotta e l’adrenalina non è più vergine, si fa sfatta, allucinata: spio gli ultimi musicisti dalle transenne, da cento angolazioni, irrequieta, pestando i piedi a terra sulle linee di basso. Posso già sentire quel mio tono imperioso farsi largo, distruggere senza pietà, platealmente, la mia apparenza indifesa, in quel momento così importante che sta per sfumare. Questa, potrebbe essere la mia ultima volta, qui – è un pensiero ricorrente, in mezzo al caos – in questa terra che da ragazzina detestavo ma che oggi, invece, non mi sento più di lasciare.
Li guardo uno ad uno, quei musicisti – quello Zibaldone umano che mi sorride, quasi materializzato dalle mie stesse recensioni – e dal fondo Niko, Stefano, Donato, accelerano il passo per raggiungere Fabio sul retropalco: tutto si svolge in un attimo, un attimo lunghissimo, come un sorso di vino nero e accecante; l’intesa è perfetta, tra i Black Dogs, sebbene l’attesa: la chitarra è in fiamme – incendiaria, arsa di sogno – batteria e basso rispondono con un interplay brillante, a tratti ferocissimo; e la voce è puro delirio psichedelico, che si agita e freme, corre cammina vola – assoluto e finitezza insieme, morte e resurrezione; è l’origine, di quella lingua trasversale; il punto di non ritorno dove tutto s’innerva, dentro di te, e sparisce. Ma non per davvero. Sparisce per diventare qualcos’altro, un brandello di carne e sangue, di vita, che niente potrà portarti via.
Serena vive!, è il grido che si leva alla fine. Serena vive e vivrà sempre, in tutto questo; nella parte migliore di uomini e donne che non si arrendono. Quella parte migliore che cercherò eternamente. Anche altrove, ovunque sarò.
Per informazioni complete relative all’evento e agli artisti partecipanti si rimanda alla pagina Facebook https://www.facebook.com/Serena-VIVE-110122985137094.
Note:
[1] Accussì va ‘o munno, Joe Sarnataro e i Blue Stuff (1992)




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