La dialettica del fare. Intervista ad Alessandro Viti.
- Alessia Lombardi

- 7 mar 2021
- Tempo di lettura: 7 min

La musica come riscatto, grande luce e grande ombra; arte che da sola non basta, che procede più veloce delle mani, quasi in un impeto di sana follia – impeto-intento che la eleva, fuori dai meccanismi vischiosi dell’egocentrismo, dal retaggio del comune sentire in superficie: la discrezione immensa di Alessandro – classe 1984, cantautore, poeta, docente di canto moderno di Anagni – il suo peso specifico della parola è un baratro appena dischiuso sull’inquietante ferocia del possibile; Alessandro è la possibilità, anche quando l’urgenza compositiva si arresta: semplicemente defluisce in una dimensione differente, meno spettacolarizzante, più spettacolare, dell’intimità e del senso.
Quando e come nasce il tuo amore per la musica?
Per me la musica nasce dopo la poesia. Ho iniziato con le parole, e quasi non sapevo che farmene: attraverso dei software gratuiti cercavo di canticchiare sopra dei loop, delle sequenze sonore; soltanto in seguito ho scoperto il pianoforte – avevo quattordici o quindici anni. Da lì è iniziato lo studio, la passione vera; da autodidatta ho aggiunto la chitarra acustica, perlopiù come forma compositiva, come espressione cantautorale. La musica è stata una sorta di collante per le mie parole, un’ulteriore possibilità a livello creativo; la poesia, invece, viene da un’eredità – mio nonno era un poeta (N.d.A. Antonio Viti) – ma forse più da una fascinazione per il rap, dagli Articolo 31 a Tupac, che in qualche modo mi ha introdotto alla musica in generale, di cui non sapevo quasi nulla. Da un primo approccio melodico – Cremonini prima maniera – mi sono accostato, intorno ai vent’anni, allo sperimentalismo di Battiato – uno dei miei primi miti – alla tastiera, ai sintetizzatori, complici anche gli esami di Musica elettronica alla facoltà di Storia, scienze e tecniche della musica e dello spettacolo di Tor Vergata. Ed ho cominciato a fare sul serio.
Come lavori, solitamente, ad un pezzo?
Vorrai dire come lavoravo! Da qualche anno, in verità, la musica è una di quelle cose che ho messo da parte. Un po’ strano a dirsi, ma non c’è più nella mia vita con la stessa intensità di un tempo. Ho un disco da chiudere da ormai sei anni. Credo di aver avuto quella che chiamano ‘disillusione artistica’, arrivo addirittura a non ascoltarla – e ho ascoltato una media di quindici dischi al giorno per vent’anni. Diciamo pure che ho un’attitudine maniacale, nelle cose. Adesso sono totalmente assorbito dalla psicologia, e vorrei avvicinarmi alla musica da questa prospettiva. Il mio ultimo pezzo risale a circa un anno fa. Non sono più preso dalla voglia di comporre, non mi importa. Tutto quello che ho scritto, però, nasce da un’urgenza comunicativa; i primi progetti erano dettati dal bisogno, parlavo di qualcosa che volevo tirar fuori, quasi una forma improvvisativa, e quasi sempre con la chitarra: il mio legame con il pianoforte è l’improvvisazione, lo vivo in quanto strumento; la chitarra la avverto invece fisica, un abbraccio, percepisco la vibrazione sul petto – anche la sua ritmica è concentrata in un gesto fisico: se c’è qualcosa in me che spinge per uscire, il gesto fisico della pennata è molto più liberatorio. Compongo quasi esclusivamente per dettagli: individuo, rubo un particolare per poi aprire una visione ‘a zoom’ – il brano “Da che parte sei” nacque mentre ero seduto a terra, e notai che i due tappeti di casa non si univano, lasciavano una linea nel mezzo. È una modalità estemporanea: mentre improvviso con l’armonia, l’armonia mi immette nella vibrazione; prendo ad improvvisare parole, vengono di getto; quando una combinazione mi piace la scrivo. Ma è anche un processo che definisco letteralmente ‘vomito’, di nausea e vomito: la composizione, per me, non è mai gratificante; scrivo quando sento la nausea di dover cacciare fuori e fare ordine. E ciò è un limite, i miei pezzi sono macigni esistenziali, tranne qualche eccezione come “Mosto”, o “Immagini”, inclusi nell’album “Madia” (N.d.A. 2012), pezzi spontanei, ‘di cuore’ – per “Immagini” mi ispirò la telefonata di una carissima amica in cui mi diceva di essere incinta. In quel disco trovano spazio anche brani come “Vibra la corda”, “Un disoccupato”, a tema sociale: l’obiettivo è modulare una certa dinamica; alla fine la composizione è funzionale al progetto – che rappresenta un periodo circoscritto della mia vita, non ragiono mai nell’ottica del singolo. Pur appartenendo a stili, a generi differenti, i pezzi che inserisco in un album sono tutti connessi in un’idea di concept – “Madia” incarna appieno questo assunto: la madia, in ciociaro, è l’arca mastra, un mobile antico; il mio concept era aprire questo mobile e mettere all’interno il mio percorso artistico fino a quel momento.
Quanto c’è di autobiografico nei tuoi brani?
Tutto. Sono sempre autobiografici perché, pur raccontando una storia non mia, ho necessità di appropriarmene per poter utilizzare il mio linguaggio. Ho spesso rubato storie di persone alle quali ho voluto bene, estrapolando personaggi dai loro racconti intimi – un genitore, una morte, un’assenza – personaggi che alcune di loro non sanno neppure siano venuti fuori. “Oltre il silenzio che c’è”, uno dei miei pezzi meno noti, scritto e arrangiato da Giovanni Valle, editore e compositore di spicco del panorama ciociaro, racconta di un pittore finito per strada che non ha mai conosciuto sua figlia. Lei, anni più tardi, scopre che i quadri appesi in casa sono opera del padre; decide così di ritrovarlo, ma è scomparso appena un anno prima. È una storia vera; ed ho immaginato che questo padre le avesse lasciato una lettera. Assorbo, raccolgo; e restituisco quanto può darmi la vita autentica. All’autobiografismo affianco poi la speranza: scrivo molto di ciò che vorrei accadesse, più di quello che è – come in “Essenza”, un brano cui sono particolarmente legato: «vedrai che cambierà/è solo pioggia d’estate che bagna/è solo un graffio/che un bacio disinfetterà». Lo scrivo perché me lo auguro. La canzone è sempre una preghiera; è un innalzare quello che provo, la scrittura.
Definisci il tuo ultimo lavoro, “Formica” (N.d.A. 2019): si percepisce un intimismo piuttosto indie, lontano dalla forma folk/pop delle produzioni precedenti…
Mi piace definirlo un dirottamento incredibile. Ha in parte riabbracciato lo stile tastieristico/ambient della mia formazione, e ne sono particolarmente fiero. È una produzione che sento matura, ma anche difficile – pone quasi uno scoglio. “Formica” è il secondo singolo di quello che sarà il mio prossimo disco, per il quale ho tracciato un percorso netto, senza ammiccamenti alla musica leggera: spetta all’ascoltatore la scelta di seguirlo o meno. È stata una provocazione: “Chiedi scusa al tempo”, che l’ha preceduta di due anni, aveva nel ritornello tutte le potenzialità caratteristiche del singolo; “Formica” è un esperimento da anni in cantiere, l’unione di più arti: l’idea della canzone, del testo, si comprende soltanto in relazione all’intero prodotto – qualcosa di onirico, una sensazione; spezza i legami con la tradizione del cantastorie, che amo invece ricreare nella dimensione del live. È un punto di arrivo, la metamorfosi: la mia parte inconscia finalmente a fuoco con me stesso.
Quando possiamo aspettarci l’uscita del nuovo album?
Uscirà sicuramente entro quest’anno. Anche perché credo sia ora di chiudere. È un lavoro molto spirituale, un vero e proprio viaggio. Si intitola “Marinaio di terra”. Rappresenta l’apoteosi dei due archetipi per me essenziali, il mare e la terra: il mare come archetipo del possibile, del non vedere mai cosa c’è dall’altra parte, cosa succede al di sotto – è un archetipo potente. “Marinaio di terra” è un album che spinge però alla stasi, non a partire. “Formica”, infatti, è il sogno di chi non ha ancora compiuto la metamorfosi – «forse cadrai dall’ultimo piano»: se riuscirai a cadere compirai la metamorfosi; e per compierla dovrai passare attraverso il delirio. E il delirio si trova sotto le correnti. Ma quando sarai stanco, potrai sederti sulla terra e aspettare. Tre pezzi sono già pronti, e sono ansioso di farli ascoltare: uno interamente parlato, un resoconto di trent’anni della mia vita – “Naima”, gioco di lettere nella parola anima ma anche un nome arabo. A livello emotivo, credo sia il brano più potente che abbia mai scritto. Seguono “La mia preghiera” e “Vele stanche”, un pezzo rock/indie dall’arrangiamento davvero interessante, con inserti di musica concreta. A “Vele stanche” ho lavorato per cinque anni, riuscendo a condensare in quattro minuti tutta la polisemia della mia identità musicale; ed è il culmine, il cardine concettuale di “Marinaio di terra”, una preghiera a Dio anch’esso archetipo, luce e soffio dei venti. Spero di pubblicarli in primavera, come rinascita, dopo questo periodo così difficile.
“Semplici parole in un complesso di stelle” è la tua prima silloge poetica, uscita nel 2018: da dove arriva l’idea di questo progetto?
L’idea nasce sostanzialmente dall’incontro con una pittrice: lesse le poesie che avevo scritto da quando avevo quindici anni e mi spinse a realizzarne una raccolta organica. Nonostante il mio iniziale scetticismo, con la pubblicazione del libro ho ricevuto feedback bellissimi, inaspettati; sono riuscito a creare un ponte con i miei brani: le canzoni hanno assunto una veste diversa grazie alle poesie, e viceversa. Di qui il progetto “Musica, poesia e radici”, in tournée la scorsa estate: una conferenza-teatro nella quale interpretavo da un lato la razionalità dall’altro la fantasia; seduto al centro l’Io, che giudicava quale delle due avesse ragione, cercando al contempo di metterle insieme. La poesia ha rappresentato senz’altro il rilancio della musica: la poesia stessa, in fondo, è musica; è ritmo. Il quadro che la pittrice realizzò per la copertina, ancora oggi, esercita su di me un fascino inspiegabile; il titolo deriva da una riflessione sulla parola complesso, che nell’etimologia si riferisce a qualcosa di complicato ma al tempo stesso all’abbraccio: ogni parola è semplicemente una parola; ma dietro nasconde un complesso di desideri.
Cosa ti spinge ad amare questa professione così delicata – di musicista e di docente?
Adoro l’idea di possibile che vedo negli occhi degli allievi. Un possibile che spero di rendere potenzialmente ‘più possibile’ riportandoli a terra, a volte: alla loro età non ho avuto maestri che mi guidassero, e non vorrei saperli dentro un meccanismo pure commerciale che in qualche modo li ammazza. Lavorare con loro significa accogliere la loro emotività: questo ho ricevuto dalla musica. E poi il live. Il live acustico, non i concerti. Mi manca il contatto fisico con le persone attraverso la musica, vederle in faccia: così il suono diventa comunicazione e linguaggio, uno scambio; la musica da palcoscenico è egocentrica. All’elevazione del palco, al cantante-guru, preferisco lo stare alla pari, suonare per strada.
Che consiglio daresti ad un tuo allievo?
Non è facile rispondere. Con l’età che ho, ho perso di spontaneità nelle risposte; so del peso delle parole. Sicuramente di non aver paura di sbagliare, perché errore è esso stesso errare, perciò camminare, perdersi; e nel perdersi si trovano vie che non immaginiamo. E di non seguire modelli stereotipati, a cui non sentiamo di vibrare internamente. La grande ricerca che consiglio ad un allievo, prima della musica, è capire quelle cose che lo rendono vivo, che lo mettono in vibrazione: quelle diventano la musica, il linguaggio che usi. Bisogna sempre chiedersi quale sia l’intento dietro a ciò che si fa: quindi non perdere mai l’intento, senza timore di sbagliare, di essere giudicati; fare, perché non si potrebbe fare altrimenti. Questa è l’arte.
E c’è futuro, per l’arte?
Se l’arte è reale come linguaggio dell’uomo, non può sparire. In forme diverse, finché l’uomo ci sarà, per l’arte ci sarà futuro.
Per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina Facebook https://www.facebook.com/AlessandroVitiOfficial/
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