L'ultimo indecente. Intervista a Giacomo Di Manna.
- Alessia Lombardi

- 11 ago 2019
- Tempo di lettura: 4 min

Ho conosciuto Giacomo nel settembre dello scorso anno, in occasione di una rassegna poetica organizzata da alcuni veterani scrittori ciociari (Domenico Ruscetta e Massimo De Santis tra i nomi di punta). Era il più giovane dei lettori. Più giovane di me. Appena diciottenne. Fui impressionata dai suoi versi scabri, scolpiti nel ritmo languente di una malinconia non consumata – ma neanche troppo acerba; e qualcosa mi suggerì che un febbrile tormento si annidava con forza nella sua piccolissima età.
A quando risale la tua vocazione? È sorta in maniera cosciente, gradata; oppure devi ad una particolare circostanza l'origine della tua poesia?
La mia è sempre stata una vocazione "a tratti": era lì, ma veniva fuori soltanto in determinati periodi. Ho iniziato a scrivere in un momento della mia vita tutt'altro che positivo, e molto è scaturito da questa esperienza; tuttavia, avevo scritto già da bambino qualche poesia, relativamente semplice, e qualche altro testo intorno ai tredici anni. Appena due anni fa ho ripreso la penna con costanza.
Il dettaglio più evidente delle tue liriche è senza dubbio il linguaggio. Leggo di coadiuvare, vorticosi marasmi, schegge vitree impalate nel derma, giunture, protusioni, osmosi di coscienza, lembi d'etere: da quali letture arrivano questi scientismi, crudi; e perché ti rappresentano?
In realtà non mi soffermo sull'origine e sui vari contesti del lessico: preferisco coglierne la sonorità. È un fatto, in sostanza, musicale; a volte anche semantico – in base a ciò che riesco ad associarvi. Non utilizzo un unico e fisso registro linguistico: mi servo delle parole per il loro significato più puro, sciolte da ogni sorta di collegamento con qualsiasi campo di appartenenza.
La scelta di intitolare soltanto alcuni dei tuoi testi è casuale, oppure frutto di un intento programmatico?
Non sono mai stato bravo a dare titoli. Ma credo sarebbe quasi riduttivo, "catalogarli"; per questo motivo restano così. Così come sono nati.
L'universo poetico che delinei potrebbe definirsi "liquido": nel laghetto tranquillo del tuo iride, lucido e vischioso, come densa ambra/la mia unica speranza giace lassa galleggiando; la pioggia gronda vischiosa come saliva, ed i movimenti sono imbevuti di catrame/da liquame è colma la cassa toracica come scolo arrugginito di porto; premendo lentamente le tenere dita nell'argilla limpidissima/ti baciò la fronte facendo sgorgare lunghe fasce di capelli. Mi sembra di scorgere in filigrana lo spleen baudelairiano, il panismo di D'Annunzio… chiariscimi le idee, a riguardo.
Per quanto riguarda il concetto di mondo liquido, faccio riferimento – in maniera perlopiù inconscia – ad un'idea di continuità, di flusso uniforme che congiunge ogni cosa. Mi piace questo tipo di principio, di astrazione; come anche la risonanza latente nel linguaggio connesso all'acqua, al fluido in generale.
Avevo perso/la convinzione di essere attraente; Fossi più attraente/verrei da te/per strapparti dalla tua noia: puoi spiegarmi il significato di questi versi? Quale valore attribuisci all'aggettivo “attraente”?
È un po' curioso, forse banale, ma attraente ha il senso puro del fascino: l'essere in grado di distinguersi, di risultare interessante. Sarà che mi reputo una persona abbastanza anonima…
Ti rivolgi con una certa frequenza ad un tu femminile: possiamo parlare di una Musa? Si tratta di un'autentica relazione umana oppure ideale, platonica? Esiste una connessione con quella che chiami, in un tuo testo, vecchia madre folle?
Si tratta di un tu non sempre impersonale: ci sono liriche dedicate a persone specifiche; altre alla poesia stessa, ad una sua incarnazione – la vecchia madre folle, amichevolmente.
La figura mitologica del satiro compare in maniera piuttosto omogenea all'interno della tua scrittura: a cosa è associabile?
Per molti anni ho nutrito un vero e proprio timore nei confronti di questa figura mitologica: legavo gli elementi caprini all'immagine del male, alle raffigurazioni di Satana. Era, per me, una creatura impura. Adesso, il satiro a tre occhi è l'emblema dell'essere umano – nonché il mio simbolo: bestia dal bacino in giù; via via più glabro, fino ad arrivare al volto – il tratto più distintivo di ogni individuo.
Un bambino viziato/privilegiato fino allo scempio; Il fulcro del mio essere, che sempre più spesso/diviene egoista e parassita; Non fossi egocentrico/non ti deluderei: è veramente questo il tuo carattere?
Mi definisco viziato, egoista, nella misura di un egocentrismo introverso. Tutti gli introversi sono a loro modo degli egocentrici: riservando particolare cura al loro universo interiore – anche in maniera implicita – tendono a dimenticare, a precludere il rapporto con gli altri.
Quanto ti fa soffrire, essere poeta?
Credo che il tormento dei poeti sia un po' un cliché, sotto alcuni aspetti. Senza dubbio una spiccata sensibilità può arrecare degli svantaggi… soprattutto nei confronti con l'altro.
L'ultimo indecente. Questa descrizione – che trovo e raccolgo da una delle tue liriche – credo sia calzante, perfetta, per il tuo "status artistico". Che senso ha fare poesia, oggi? Qual è il tuo messaggio?
Fare poesia è come parlare una seconda lingua. Io lo faccio perché lo faccio. È naturale. Come respirare. Non intendo lanciare un messaggio – almeno non direttamente. La parola poetica non esprime, non veicola con intenzione: leggendo, interiorizzando, le verità emergono. Senza bisogno di clamore.
Perché proprio io?
Nel mezzo di vorticosi marasmi
Di vite attive
Degne
Tu hai scelto me,
L’ultimo indecente
Lo svogliato
Il senza dio.
Non avevo niente
Avendo cercato in tutto
Avevo perso
La convinzione di essere attraente
Di sentirmi finalmente
Serio
E di non giocolare stupidamente
Per stordire il frastuono della solitudine:
Tu
Mi hai raccolto in terra,
Il figlio più indegno
Di una madre dimenticata,
E mi hai stretto una penna in bocca
Premendola fra le gengive.
Mi hai salvato dal fango
E dalle schegge vitree
Impalate nel derma
E prego
Per quanto possa essere impossibile
Per aver illuminato il mio futuro.
Mi hai donato le corna
Apponendomi i pollici sulla fronte
Ricordandomi di essere una bestia
Ma regale come essa
Degna di calpestare il suolo
Per quanto le giunture possano essere arrossate
Le ginocchia scheggiate
E la volontà inesistente.
Perché hai scelto me?
Un bambino viziato
Privilegiato fino allo scempio
D’ogni valore
Senza sogni né ideali né voglia
Devi dirmelo.
Non avevo niente.
Perché proprio io
Sono indegno anche del tuo
Di amore
Quasi di seconda genitrice.
Hai santificato le protusioni dei miei polsi
Come la cosa più bella
Che possa accadere in una vita.
Ti ringrazio
Vecchia madre folle
O forse non troppo
Che discendi sugli ingiusti
E sugli scarti.
Di me hai fatto
Il riscatto sincero
Del mio giocherellare.
Hai donato tutto.
Al seguente link, pagina 11, è possibile leggere un articolo dedicato all'opera prima di Giacomo, Idilli in Primavera: https://documentcloud.adobe.com/link/track?uri=urn%3Aaaid%3Ascds%3AUS%3Aeaf4c772-775b-4763-814d-3ad35cd9e094&fbclid=IwAR3XN55r0htZ82diUOSlT6-rnhANswjWIRNMr4vnZGd9dbtMBMb4JpHZlKY.




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