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GHOSTEEN. Il destino di chi resta.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 14 ott 2019
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 21 ott 2019



Esiste un'innegabile espressione culturale, una vera e propria "concezione filosofica", in nuce all'intento artistico di Nick Cave; che è tangibile, e superiore al mito della sua figura. Ciò che comunica costituisce l'essenza stessa della propria immagine, che trascende il meccanicistico impatto sul mercato discografico, l'idea effimera del fenomeno mediatico: ne deriva una qualità, della produzione caveiana, al di sopra degli standard attuali; una diversità profonda, che rapisce – e per sempre – chiunque vi accosti inavvertitamente l'orecchio. In Ghosteen, è tutto in ogni sua parte superiore e diverso; al punto tale che le parole restano ferme sulla sfera inchiostrata della penna, riscoprendosi pleonastiche: il fantasma migrante del Bardo di Melbourne viaggia in direzione ostinata e contraria – è lo scisma di un anno che si appresta a terminare; turba, divide, dilania; è lotta tra apollineo e dionisiaco, in un tripudio di voci mistiche che invocano, rievocano un'altra voce. Spenta. Perché tutti abbiamo perso qualcosa, e sempre proviamo a richiamarla nei momenti consacrati alla bellezza.


L'album, diciassettesimo in studio targato Bad Seeds, disponibile dallo scorso 4 ottobre su tutte le piattaforme digitali, suggella la trilogia concettuale avviata nel febbraio 2013 con Push the Sky Away e proseguita, nel 2016, con il tenebroso Skeleton Tree: da una prospettiva prettamente sistemica, Cave termina qui un percorso di destrutturazione totale della forma-canzone, approdando a soluzioni ibride estranee e sovversive, quasi impraticabili; per analogia, in un'ottica strettamente tematica, egli analizza, ridefinisce e compie la propria identità – umana e artistica – attraverso un'esperienza di redenzione, di riabilitazione al proprio interno punto di incontro con la contingenza – uno pseudo itinerario dantesco, diluito in tre straordinarie "cantiche" a tre anni di distanza l'una dall'altra (forse, neppure per caso).

Nell'inattesa comunicazione ai fan sul sito Q&A The Red Hand Files, a circa dieci giorni dalla release dei brani, il musicista accennava ad un disco a struttura bipartita – un doppio, come non si vedeva dai tempi di Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus, nel quale «le canzoni della prima parte sono i figli, quelle della seconda sono i genitori» (rispettivamente, otto e tre pezzi). L'assenza della sezione ritmica è poco meno che totale, supplita dai poderosissimi arrangiamenti "sintetici" del funambolico Warren Ellis; Cave imbastisce delicatamente il pianoforte, ad inserti leggeri, con picchi di sensualità intima, toccante (emblematica, Waiting for You), e domina il tappeto sonoro attraverso una vocalità viscerale ed incerta, raggiungendo per la prima volta uno spiazzante (per nitore ed articolazione), etereo falsetto. L'elegiaco rivestimento di cori, d'impronta a tratti sacrale, gregoriana, vira infine le linee melodiche entro i margini reconditi dell'ambient, ed ammicca alle soluzioni stilistiche perlopiù tipiche delle colonne sonore. Parametri di circolarità (Ghosteen Speaks/Ghosteen, ed altri rinvii tra moduli sia lirici sia musicali), estensione (i quattordici minuti di Hollywood, a geniale chiusura) e allitterazione (l'ipnotico mantra d'amore che intesse Leviathan) allineano la tracklist nei caratteri di una fruizione in continuo allontanamento dai consolidati orizzonti d'attesa; gli influssi che la percorrono declinano la sontuosità orchestrale di Scott Walker, i loop rarefatti, inquieti, della drone music e l'introspezione pacifica dello spoken word, lungo l'asse temporale di una maturità incontrovertibile, in bilico tra passato e mutamento radicale. Il corollario dei testi rimane, ad ogni modo, la gemma autentica dell'intero lavoro, intriso alle radici di immagini religiose (ricorre il tòpos della Pietà biblica e la metafora gospel della ferrovia, intesa come tramite del mondo ultraterreno) e vivide suggestioni letterarie (in Bright Horses, le criniere infuocate dei cavalli recano tracce di William Yeats; in Sun Forest, reminiscenze blakeiane compaiono nella spirale di bambini che ascende verso il sole), alcune particolarmente pregnanti – acmi di meravigliosa, straziante drammaticità – nel cristallizzare ed elaborare la perdita del figlio Arthur: ma se la favola buddista di Kisa Gotami consegna alle battute finali di Hollywood l'universalità asettica della morte, la parabola pindarica di Ghosteen discopre veramente il destino di chi resta – della madre, del padre che sopravvive al proprio figlio – e l'esigenza implacabile di continuare a vivere, senza smettere di amare.


I tre orsi guardano la TV,

invecchiano una vita, oh Signore!

Mamma orsa tiene il telecomando,

papà orso galleggia e basta

e l'orsetto ha preso una barca e se n'è andato sulla luna.

Ora sto parlando d'amore,

e di come si spengano piano le luci dell'amore.

Sei nella stanza sul retro a lavare i suoi vestiti.

L'amore è così, come un flusso di marea;

e il passato, con le sue possenti risacche,

non ci lascerà andare, mai.






 
 
 

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