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Fuori dall'oscurità. Intervista ai Deaf Autumn.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 3 set 2019
  • Tempo di lettura: 5 min


Nella quiete brulicante del giorno si aggira indaffarato tra reparti e scompartimenti di un supermarket di provincia; nelle ore mediane è istruttore di Wushu Sanda, e nel cuore della notte – quasi insospettabile – calca le ribalte più grunge offerte dalla scena ciociara.

Ormai da anni.


Davide Torti, bassista e screamer nella formazione core dei Deaf Autumn, incarna la prosopopea della cultura musicale underground, quello spazio luccicante dove la fantasia e la realtà s'intersecano; il luogo dove esistono tutto l'amore, le lacrime e la gioia.

Come disse Nick Cave.




Deaf Autumn. Perché questo nome ossimorico? Che significato ha?


Il significato è molto semplice: io e Davide Ricci, l'altra voce della band, abbiamo iniziato a provare in un giorno d'autunno. Eravamo entrambi reduci da esperienze piuttosto lunghe con i nostri rispettivi progetti artistici – l'indie italiano dei Faunalia, per quanto riguarda me; lui con i Knoxville, orientati al punk rock – che erano un po' "naufragati".

Ci siamo concessi una seconda possibilità, intraprendendo la via del post-hardcore con influssi melodici – particolarmente in voga nei primi anni del duemila; una scelta in controtendenza a quelli che erano i generi del momento, polarizzati nell'indie e nel metal estremo. La prima prova ebbe luogo nell'angusta saletta dei Faunalia, con il nostro ex batterista Davide Ciccarelli: ne uscimmo letteralmente storditi!

Di qui l'idea del sordo autunno; oltre all'intenzione di associare la malinconia propria del nostro genere ad una stagione – l'autunno – a sua volta accostata ad uno dei sensi – in questo caso, ovviamente, l'udito.



In chi di voi è dunque da rintracciare il germe del gruppo?


Come accennavo, fui io a convincere Davide – ormai deciso per abbandonare la musica – ad accettare di formare la band. Per provare. Al massimo ci saremmo divertiti.

Oppure avremmo mollato.



Domanda obbligata: come hai scoperto la tua voce, questo screaming pazzesco?


È venuto fuori nel contesto più inconsueto: in macchina. Girovagavo in auto e provavo a riprodurre le voci dei Killswitch Engage, dei Funeral For A Friend, Papa Roach; dei Mudvayne, soprattutto. Inizialmente era un vero e proprio stress per le corde vocali; ancora non c'erano i tutorial Youtube – mi riferisco a diciotto anni fa, circa.

Provando su me stesso, mettendo in pratica piccoli accorgimenti, sono riuscito con il tempo a gestire la mia vocalità, a controllarne le dinamiche.



Affrontate il processo creativo in maniera impulsiva, oppure riflessiva? La componente testuale anticipa quella musicale o viceversa?


Indubbiamente impulsiva. L'aspetto melodico – curato essenzialmente da Ricci – antecede, quasi prevarica il testo: scrivere prima di comporre sarebbe come ragionare; mentre la musica è intuitiva, arriva dritta all'epidermide.



A quali artisti siete debitori? Avete un pigmalione comune?


Abbiamo alle spalle numerosissimi ascolti: è impossibile che una sola influenza diriga ciò che proviene da noi; sebbene tendano poi ad amalgamarsi, le nostre sono quattro personalità diverse. Per citare qualche nome, nel post-hardcore e nel metal-core, sicuramente i già detti Funeral For A Friend, i Killswitch Engage e gli Alexsisonfire.



Tra le tappe della vostra carriera, quali ritenete siano state le più significative – fondamentali per la vostra crescita?


Senza dubbio il nostro primissimo live, quello che ci ha lasciato intendere di essere davvero sulla strada giusta. Fu un concerto "per sbaglio": i Knoxville si erano da poco sciolti, ma figuravano ancora iscritti ad una rassegna di gruppi emergenti organizzata a Frosinone. La locandina dell'evento era già pronta; per evitare che la serata saltasse abbiamo rischiato. C'era da eseguire sette brani; avevamo provato appena due volte. Eppure eravamo sicurissimi. E fu un tripudio. L'istantaneo consenso del pubblico, quella sera, ci fece pensare: sì, si può fare!. Altra tappa, di certo, il nostro primo disco, prodotto allo Squaring The Circle Studio di Arnara – cui è subito seguíta la fiducia di un'etichetta discografica; e da ultimo il recente tour in Russia, che ci ha finalmente consolidati come band: nei dodici giorni trascorsi insieme non abbiamo avuto un solo momento di flessione… è stato tutto straordinariamente magico.



È un'attitudine da studio oppure da palcoscenico, a delinearvi?


Da palcoscenico, assolutamente. In studio cerchiamo di lavorare rapidi, concisi. Realizzare il primo album è stato meraviglioso, ma ci ha impegnati per circa nove mesi… stava diventando estenuante!



Che rapporti avete con il panorama underground?


È necessaria una premessa: le persone che veramente seguono la scena core sono sempre le stesse. Cento, centocinquanta al massimo. In tutta Italia.

Nel frusinate in maniera specifica, supportiamo da sempre i nostri colleghi; senza alcun tipo di malizia o invidia. Non vediamo alternative. D'altro canto, non possiamo fare a meno di notare realtà ambigue, ripicche intestine; l'interesse sostanzialmente falso da parte di chi magari ci ha sempre ignorati…



Veniamo al singolo. A reason to stay. Il titolo è emblematico: cosa dice della vostra vicenda umana e professionale?


Ha un valore plurimo, la cui essenza è tutta concentrata nella parola reason.

Qualunque cosa tu decida di fare – se restare nel tuo àmbito, se uscirne; se partire, se tornare – la ragione per cui lo fai, la motivazione, è fondamentale. Altrimenti si perde il senso; si manca di rispetto a se stessi, a chi si ha accanto. Nel testo di questa canzone ho impresso la mia storia personale, la venuta al mondo di mio figlio in particolar modo: la prima volta che l'ho guardato negli occhi ho capito qual era la motivazione per andare avanti; in quello sguardo c'erano l'arte, la musica, la band… la vita stessa.

C'è chi decide di restare in vita anche se dentro non lo è più, e chi sceglie di togliersela perché ne sente troppo il peso: così dicendo, non intendo giustificare nulla; ciononostante, lo scopo del brano è quello di spronare alla ricerca della motivazione e venir fuori da qualsiasi momento di oscurità nella propria esistenza – che si tratti di un lavoro opprimente, della depressione in genere, della ludopatia, di cui oggi molto si discute. Da soli. Gli altri possono aiutarci a trovarla, attraverso molteplici segnali, ma non può esservi un aiuto diretto in tal senso. Nel videoclip tutti e quattro, ripresi singolarmente, ci rialziamo da terra con le nostre forze, lacerati dai segni delle battaglie, per dirigerci con determinazione verso la luce: è un invito a non restare mai nelle tenebre.



Qual è, ad oggi, l'obiettivo della vostra musica?


I nostri pezzi veicolano sempre un messaggio forte. Nulla è mai fine a se stesso. E finché avremo qualcosa da comunicare andremo avanti. Uscire dalla condizione di band underground, per il genere core, è quasi un'utopia; ma è comunque possibile aspirare ad un livello superiore – è il caso dei gruppi underground internazionali. Questo potrebbe definirsi un nostro obiettivo; non per mero egocentrismo, bensì per conferma dell'efficacia, dell'effettiva portata del nostro lavoro.



Ci sono progetti in cantiere?


Per ora il nostro standard è il seguente: almeno un paio di brani per ogni stagione. Quattro brani l’anno, all'incirca. Quando la nostra produzione diventerà concentrata, allora sarà il momento di registrare un nuovo disco. Nel frattempo la nostra agenzia, la Hero Booking, sta mettendo a punto alcune date in giro per l'Italia previste quest'autunno. Il dieci novembre saremo a Rimini.






Per ulteriori informazioni e aggiornamenti relativi ai Deaf Autumn si rimanda alla pagina Facebook ufficiale: https://www.facebook.com/deafautumnband/.


 
 
 

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