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«Come sboccia un fiore»: intervista a Irene Carlevale.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 23 giu 2022
  • Tempo di lettura: 6 min


Questa intervista rappresenta la chiusura di un cerchio: quando Irene mi intervistò, vincendo la mia sfuggente ritrosia, era l’estate del 2020. Fu una conversazione piuttosto breve (https://youtu.be/L1IBf0x_V5M) che mi rivelò – in quei giorni di autocertificazioni, vacanze all'estero e affetti stabili – quanto fosse simile a me, quella ferita luminosa che portava negli occhi. Quanto mi assomigliasse la sua scrittura. Di lì a pochi mesi, una mail dalla Placebook Publishing annunciava la nascita de L’affetto instabile: da un capo all'altro della Provincia, inseguendo il calore umano, indispensabile, delle folle scarne che infestano le presentazioni dei libri, Irene si è mostrata come l’osso delle ciliegie: il bipolarismo, l’amore, il buddismo e la sua metafora ricorrente del fiore, del loto – della fioritura spirituale (tra le sue opere più belle, la serie d’arte visiva I fiori vengono in dono, del 2018). A distanza di due anni, dalla fantasmagoria claustrofobica di quel sogno collettivo – che è stato il 2020 – quel “traum” – perché la forza ambigua del tedesco, in questo caso, è calzante – sembra sia passato l’oblio: con la lentezza dei corsi eterni, immutabili, siamo sopravvissuti; come in un faticoso miracolo, ci siamo ritrovati altrove. E così Irene: voltandosi indietro, scavando, cesellando con precisione psicoanalitica fino agli angoli, alle zone buie di un passato privato e indicibile, ha saputo sbocciare, ha saputo sollevarsi, come l’architettura fragile, e naturale, dei suoi fiori.



Lo scorso 7 maggio è uscito per Porto Seguro Come sboccia un fiore. Riporto dalla prefazione: «Non so se è un libro per dare speranza, o per dire le cose che penso: spero che dire le cose che penso, e che sento, significhi dare speranza». Come nasce questo progetto?


Intanto grazie per questa possibilità di parlare del mio lavoro.

Questo progetto, a differenza di tutti gli altri, nasce da un profondo senso di missione. Avere una missione significa, per me, dare un senso profondo alla propria esistenza e se, come nel mio caso, si è superato un problema, allora la missione è condividerla, perché possa essere una luce che guida il cammino di un altro essere umano. Spesso è proprio dall’ascoltare le esperienze di persone a noi simili che può nascere il desiderio di sentire che ce la si può fare. Per scendere nei dettagli, il libro è dedicato soprattutto alle persone che hanno perso la speranza, che non trovano più il modo per andare avanti, che si disprezzano o che meditano l’idea di togliersi la vita. Perché, in fondo, il libro, tra le altre cose, affronta proprio il problema del suicidio, ed io mi sento una sopravvissuta.

Questa è la mia missione, raccontare, con la scrittura, il mio viaggio di riscoperta del piacere di vivere, di vivere bene, di ritrovare la famiglia, le amicizie, le relazioni importanti. Perché, come spiego, coltivare le relazioni, per chi è affranto dall’idea del suicidio, è la cosa più importante.


Credo che un romanzo, un libro di questo genere, possa tranquillamente definirsi “di formazione”: dalla dannazione alla redenzione, direbbe Nick Cave, tra rinascita e speranza. Ma come si fa, a rinascere? Cosa scatta quando si accende la luce della speranza?


Hai detto bene, deve scattare qualcosa: la cosa che deve scattare è aprirsi e chiedere aiuto. Io sono stata educata così da mia madre, per me è sempre stato normale rivolgermi a terapeuti, psicologi, ma non per tutti è così naturale. Purtroppo, ancora ci sono remore a chiedere aiuto, un po’ per ignoranza, perché non si capisce bene cosa significa andare da un terapeuta, un po’ per paura, perché fare terapia significa affrontare il dolore, guardarlo negli occhi, per poi liberarsene, un po’ anche perché non sempre si incontrano terapeuti competenti, e questa è forse una piaga, ma non una scusante. Anche io, prima di trovare gli aiuti giusti, ho provato diverse strade. In sintesi, bisogna aprirsi, anche parlare con un amico, con un familiare, aprirsi e chiedere aiuto, ed avere coraggio. Ci vuole un immenso coraggio a fare un cammino, perché la strada può essere lunga, o breve, dipende. Però la cosa che voglio dire è che è l’unica strada per tornare a sentire la vita, a sentirla vibrare, anche solo perché il sole ci accarezza il viso. Ritrovare così il piacere delle piccole cose, non l’eccitazione di dipendenze o vita sregolata.

La speranza va coltivata, sempre. E più ci impegniamo in un cammino di recupero, più entra luce. Tu hai citato Nick Cave, che amo anche io, proprio per il suo percorso, dalla dannazione alla redenzione. Io cito una frase di Leonard Cohen dalla canzone Anthem: “C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce”.

Ecco, il cammino è far entrare poco a poco la luce.


Quanto ti è costato metterti a nudo così ferocemente, in maniera così intima e viscerale?


Devo dire che, sebbene sia un libro dove parlo di me, ho mantenuto una dimensione privata, e non ho condiviso cose troppo intime. Questo fa parte del mio percorso, ci sono delle cose che stanno nella sfera del privato; quindi, ti correggo e ti dico che non mi sono messa a nudo ferocemente. Diciamo che ho trovato un equilibrio tra mantenere la mia sfera privata e la condivisione. Ho raccontato le cose più importanti, naturalmente un po’ mi costa, soprattutto per il fatto che adesso lavoro come insegnante e all’inizio ci ho pensato un po’: ma se i miei studenti leggessero questo libro? Poi mi sono risposta che potrebbe esserci tra loro qualcuno che sta attraversando delle difficoltà e allora il fatto che un’insegnante racconta di come ne sia uscita può essere davvero incoraggiante.

In fondo, l’ho scritto per i giovani, non solo per loro naturalmente, ma soprattutto per loro.


Che dimensione assume, in un percorso come il tuo, l’espressione artistica, il linguaggio dell’arte (sia essa la scrittura, la fotografia, la pittura)?


Credo che in ogni percorso di guarigione l’espressione artistica sia fondamentale, a prescindere se poi si fa un cammino all’interno del mondo dell’arte. Ad essere sincera, non conosco nessun essere umano che non abbia almeno un linguaggio artistico da coltivare: voglio dire che la creatività è la qualità umana più importante che significa vivere con libertà, lasciarsi spazio per essere sé stessi e questo lo si può fare con molte cose, non solo con i linguaggi prettamente artistici, ma anche col cucinare, col curare un giardino – cosa che a me ha aiutato tanto, mi reputo una giardiniera a tutti gli effetti (ride). Nel mio caso, l’espressione artistica significa dare forma ad un’interiorità che non sono solo emozioni, come spesso si pensa, ma anche riflessioni, ragionamenti, ricordi, desideri, sogni; in sintesi, tutto quello che ho dentro, dandogli, come dire, una struttura, perché mettere fuori e dare una forma estetica a tutto questo significa darmi la possibilità di condividere e toccare le corde dell’umano vivere, dell’umanità che incontro.


Che ruolo hanno avuto, e continuano ad avere, gli affetti, i legami all'interno di questa storia?


Come ho detto prima, i legami sono tutto. Spesso chi ha problemi psichiatrici vede le cose in un modo distorto, oppure vive le cose con più pathos per cui si può entrare in crisi. Allora, poiché i medici non ci sono 24 ore su 24, e meno male, è importante chiamare un familiare, un’amicizia. Il mio grande cambiamento è arrivato quando ho cominciato a fidarmi degli altri, delle persone che mi hanno a cuore; così quando mi capita di andare in confusione, o in crisi, ho imparato a non agire, e mi attacco al telefono alla ricerca di qualcuno con cui parlare, che mi fa vedere le cose con più lucidità, mi consiglia, mi mette anche in discussione, ed io mi tranquillizzo, sto meglio.

Dobbiamo tutti coltivare relazioni di valore, costruirle come si costruisce una casa, mattoncino dopo mattoncino. Per me sono davvero la cosa più importante, e vale per tutti, non solo per chi ha i nostri problemi.


L’amore per sé stessi, il coraggio di chiedere aiuto, di non vergognarsi del proprio “lato oscuro”, delle proprie fragilità, sono i cardini della tua vicenda personale: qual è il messaggio che vuoi lanciare attraverso il tuo libro?


Lo ribadisco, chiunque stia soffrendo, per qualcosa di grande, o anche per qualcosa di piccolo, si apra, chieda aiuto e non si fermi alla prima esperienza. Che continui a cercare, per trovare davvero il percorso che più le/gli si addice. Faccio esempi: psicoterapeuti, gruppi di auto-aiuto, tipo Alcolisti Anonimi, ma anche gruppi per chi ha dipendenze dal cibo (anoressia, bulimia), dipendenze relazionali, da droghe, e poi il Buddismo che, per me, è stato l’incontro più importante, perché ha dato un senso più profondo alla mia vita e mi ha insegnato che dal fango oscuro sboccia un fiore di loto bellissimo, un’immagine per dire che dalla sofferenza, una volta trasformata, può sgorgare una grande gioia.

La pratica buddista è ciò che guida le mie scelte e la mia vita ad un livello più profondo.


Se Come sboccia un fiore fosse una canzone, quale sarebbe? E se fosse una tua creazione artistica (foto, quadro o poesia) invece?


La canzone sarebbe Why worry dei Dire Straits, o la già citata Anthem di Leonard Cohen.

Se fosse una mia creazione artistica sarebbe sicuramente la fotografia della serie I fiori vengono in dono, uno scatto dove si vede una rosa sbocciata in riva al mare, come a dire che anche ciò che sembra impossibile può succedere, come una rosa sul bagnasciuga che sboccia, nonostante le condizioni siano davvero sfavorevoli. Io non avrei mai creduto, tanti anni fa, che sarei sbocciata, volevo solo morire, e invece ora mi sento come quella rosa in riva al mare, sbocciata grazie alla cura di tante persone e grazie al mio impegno assiduo nel cercare di migliorare me stessa. Sbocciare significa ritrovare se stessi, la propria natura. Tutti possiamo sbocciare, questo è il mio messaggio. Ogni giorno, un passo alla volta.



Per ulteriori informazioni e aggiornamenti relativi ad Irene Carlevale si rimanda al sito ufficiale https://www.irenecarlevale.com/.


È possibile acquistare il volume attraverso tutti gli stores on-line o scrivendo all’indirizzo e-mail irenecarlevale@email.it.

 
 
 

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