Bohemian Rhapsody. L'epica dell'eternità.
- Alessia Lombardi

- 7 dic 2018
- Tempo di lettura: 2 min

Nessuno, fino a qualche mese fa, credeva fosse possibile rappresentare, riprodurre fedelmente il concetto di eternità; di traslare il suo significato incorporeo alla materia viva e comune dell'uomo. Poi, è uscito nelle sale Bohemian Rhapsody; e tutto il mondo – gente in ogni angolo della crosta terrestre – ha concepito davvero che effetto faccia accarezzare con lo sguardo una realtà che trascende. Che resta viva per sempre.
La musica dei Queen è patrimonio dell'umanità; Freddie Mercury, parte integrante della nostra cultura musicale (a prescindere dal gusto, dalle inclinazioni individuali): Bryan Singer, regista di questo straordinario biopic, uscito nelle sale lo scorso 29 novembre, imprime sulla pellicola, sul cuore dello spettatore, tale mastodontica, inespugnabile onnipresenza, indugiando piacevolmente sull'idea universale del personaggio Mercury contrapposta, e sovrapposta al contempo, alla dimensione più intima, a tratti scabrosa, dell'uomo Freddie, che emerge nella sua fragilità mai renitente; nella sua sicurezza quasi dispotica di genio, che compone e si commuove nella stanza da letto, o seduto al pianoforte nel cuore della notte.
Il film si snoda a mo' di lungo flashback (che si apre e si chiude con il Live Aid del 1985), attraverso la ribelle ed eccentrica giovinezza di Mercury, alla ricerca della propria identità; la non facile ascesa con i Queen, la propria turbolenta vicenda sentimentale, fino alla consacrazione sul palco di Wembley, dinanzi a 72.000 spettatori.
La sequenza del Live Aid, ricostruita con una dovizia di particolari allucinante, rappresenta indubbiamente il momento cruciale dell'intero lungometraggio: a pochi giorni dal concerto, Freddie annuncia alla band di essere affetto dall'AIDS, e che intende dedicare esclusivamente alla musica quanto ancora gli sarà concesso di vivere. Sebbene l'effettiva diagnosi risalga al 1987, due anni dopo il Live Aid, alcune fonti riportano che Mercury fosse già consapevole della malattia, alle sue prime avvisaglie, già nel 1982; ad ogni modo, le inesattezze cronologiche (disseminate in buona parte del film, per la verità), non scalfiscono minimamente il messaggio che si è voluto veicolato dalla performance: quei venti minuti sotto il cielo di Wembley, oggi pietra miliare della storia del rock, sono l'immagine più pura, più autentica del mito, della leggenda vivente che era Freddie Mercury, l'uomo che ha piegato la musica alla propria resilienza; la terra, alla propria potenza. Tutto questo, entro i confini dell'eternità.




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