At Eternity's Gate. Uno scabro, brutale Van Gogh.
- Alessia Lombardi

- 6 mar 2019
- Tempo di lettura: 3 min

Un'esperienza orfica e sensuale, intrisa del misticismo scarno, struggente della creazione; una sinfonia di silenzi, cucita col delirio dell'orgasmo nell'essenza atavica e imperante della natura; introspezione vertiginosa, spiraglio triste e visionario, che duole spietato sulla coscienza inavvertita dello spettatore: At Eternity's Gate si profila fin da subito un film meraviglioso e difficile, lontano anni luce dalla fruibilità tipica del classico biopic e sensibile alla complessità maestosa del più recente cinema d'autore.
La pellicola (uscita nelle sale italiane lo scorso 3 gennaio con il titolo di Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità) sancisce il ritorno alla regia di Julian Schnabel, esponente di spicco del panorama artistico newyorchese, già acclamato per i poetici Basquiat (1996) e Lo scafandro e la farfalla (2007), a seguito di un'assenza protrattasi per circa otto anni, il cui approccio intimo, viscerale – quasi sciamanico – trasforma in un'opera cruda, morbosa e straniante, pur viva di una linfa solare che irradia con violenza la percezione di chi osserva. La narrazione di Schnabel fa riferimento alla parabola terminale dell'esistenza di Van Gogh, dal trasferimento ad Arles (nel 1888) alla nebulosa morte nei campi di Auvers-sur-Oise (nel 1890), all'età di 37 anni: attraverso una ricostruzione frammentaria, deformata dalla camera a mano, il viaggio di Vincent, terra tra le labbra, tela sulle spalle, in precario equilibrio tra viatico e dramma, si snoda nei nuclei cruciali della Casa Gialla, le letture di Shakespeare sotto lumi di locanda, il funestato rapporto con Paul Gauguin, il misterioso taglio dell'orecchio, i manicomi, il legame saldissimo con il fratello Théo, immersi nei suggestivi campi lunghi di una vegetazione rigogliosa, satura, sovraesposta – sì come vuota, defunta (memorabile la sequenza dei girasoli, macerati dal rigido inverno della Provenza), e scolpiti in pause improvvise, terrificanti – di vastità granitica – spezzate talvolta da dialoghi minimali, o dalla soundtrack inquieta e dissonante di Tatiana Lisovskaya (una scia incorporea di pianoforte e violino, perfettamente in linea con la visione sospesa del regista). Ad incarnare lo spirito errante del maestro olandese è lo straordinario Willem Dafoe (Coppa Volpi per miglior attore a Venezia 75), in una prova indubbiamente magistrale: il suo volto accidentato, lo sguardo enorme, azzurro, languido – che affiora, in contemplazione indefessa, dall'iconico, umilissimo cappello di paglia – paiono provenire per se stessi dalla pittura vangoghiana, a confine tra reale e soprannaturale; da un prezioso autoritratto, trapunto di mestizia e vivacità al contempo.
Un gorgo lento, esasperato – uno stream of consciousness di miseria e di follia si insinua, interminabile, nella realtà soggettiva e trasfigurante di Van Gogh, preda di frenesie visive fuori fuoco ed atroci abbarbagli assolati: l'epilogo giunge così inatteso, e la dilatazione temporale dell'Io onnisciente languisce in due rapide, angosciose sequenze che riassumono (in meno di sei minuti) gli ultimi tre giorni di vita del pittore. La versione di Schnabel relativa alla scomparsa di Van Gogh muove dal recente saggio degli americani Steven Naifeh e Gregory White Smith, Van Gogh. The Life (2011), che oppone al noto suicidio dell'artista un involontario omicidio da parte di due ingenui ragazzi di campagna: una sera Vincent, quetamente assorto nella realizzazione di un quadro, resta dunque coinvolto in un gioco beffardo, tace ambiguamente l'accaduto e muore poche ore più tardi. Una scena amara, di brutalità perversa, chiude il racconto con un suggello velenoso – un omaggio estetizzante dal retrogusto parassitario: la salma di Van Gogh, composta in una bara di legno, avvolta nel sudario bianco, troneggia scoperta tra le tele dei Girasoli, della Notte Stellata, del Café di Arles; una folla nutrita di acquirenti scruta i dipinti con acceso interesse, obliando completamente quella che fu la propria condanna.




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