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«Adda passà». Partitura per temporale e speranza.

  • Immagine del redattore: Alessia Lombardi
    Alessia Lombardi
  • 19 nov 2020
  • Tempo di lettura: 2 min


Quando nasce una nuova canzone, sono felice. Qualcosa si è fermato per sempre; un’ombra è tornata ad abitare dentro un corpo. Un pezzo che esce di Sally Cangiano dà più o meno questa sensazione: che il dolore si sistemi all’improvviso, che la vita occupi la posizione giusta, tra l’attesa il sacrificio la bellezza. Credo sia difficile parlare di Cangiano come artista: è una ferita aperta, quasi senza protezioni. È sangue che chiama, invoca, anche quando non vorresti obbedire. Provare ad immaginarne la capacità empatica, pervasiva, è fonderla con quella propria dell’acqua – elemento così presente nella sua poetica, decantata libera, promiscua: Cangiano, come acqua, fluisce, raggiunge entroterra segreti con semplicità candore feroci della natura partenopea; a rendere peculiare la sua espressione è la rielaborazione vissuta, erosa, corroborata dei modelli – il modello scompare, si dissolve nella perfetta costruzione modulare della forma canzone, nella schiettezza sapiente del tessuto sonoro, nell’assoluta padronanza materica.


Con Adda passà, pubblicata lo scorso 16 novembre, Cangiano ha probabilmente raggiunto una maturità pura – la pienezza, la potenza appartata della verità, della traccia originale e originaria: sembra lontano, altrove; eppure ogni brano è una sfaccettatura mentale, germoglia e muore, indipendente dalla contingenza – proprio perché destinato a restare, ad imprimere, a suggellare un momento, un sentire irripetibile. L’impressione che la linea di continuità si spezzi è solo apparente: Cangiano è un maestro, nel ritratto degli attimi; nel cogliere il sentimento amoroso delle cose, il distillato che rende vivi e partecipi dell’esistenza. Un’orchestrazione sinfonica in crescendo – qui il respiro internazionale di Cangiano, il più autentico, tra gli autori contemporanei, getta la sua malìa sull’ascoltatore – il suo spell, sotterraneo e irrevocabile; lo avvince lo prostra al silenzio, all’auscultazione, di una partitura per temporale e speranza: le tastiere di Salvatore Torregrossa realizzano un bordone onomatopeico sottile – gocce minute, compenetrate negli splendidi effetti ambient di raffinata matrice jazz; l’input della batteria (Raffaele Natale) e delle percussioni (Silvio Francomacaro), intessute a rimandi, è un lucernario dischiuso, eco suadente e infallibile all’incedere morbido del basso (Daniele De Santo) – soave, dinamico; il solo di Cangiano è sentimento vorace, passione panica, cosmica – spalanca un varco, cuce uno spazio, una dimensione improvvisa, distorta violenta struggente, quasi il fremito, la vibrazione intermittente della terra sotto l’acquazzone, la sua sete di sole; così la voce, foglia che trema ma senza spezzarsi – calibrata, in alternanza epidermica e viscerale, come seta oscura, intrisa di nuances mediterranee evidenti nell’attenzione, nella cura fonetica; l’epilogo è prezioso, caldo e rabbrividente, un piccolo immenso “gig in the sky” – istante fatale sul limitare della quiete.

Emblematico, infine, il videoclip – narrazione minimale e suggestiva, a tratti vicina alla bellezza difficile dei limoni nel celebre osso di Montale: la conversazione che Cangiano inteatra con l’albero di limone è uno squarcio di tenerezza, carezza di luce sopra un universo inaridito dalla pioggia. Una pioggia che, presto o tardi, adda passà.




Per ulteriori informazioni relative a Sally Cangiano, si rimanda alla pagina Facebook https://www.facebook.com/SallyCangianoPage/

 
 
 

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